Verso il sole di mezzanotte/8

Appunti di viaggio
di Brugue Add comments

Il rientro ad Oslo aveva solo una logica: riprendere la linea ferrata giusta per spingersi a nord. Il nostro tragitto studiato meticolosamente a casa di Paul prevedeva il raggiungimento dell’ultima stazione norvegese e l’arrivo a Capo Nord con mezzi speciali (pullman) messi a disposizione dalle Ferrovie dello Stato norvegesi. Non c’erano altri mezzi per raggiungere il punto più estremo, almeno per noi poveri studenti. Ripeto la logica del rientro nella capitale norvegese era quella di ripartire verso il grande nord. Ma non per Paul. Lui ormai si era perso. Il mal di Norvegia, la fanciulla italica che sembrava una nordica. Così, trascorse altro tempo per convincerlo a lasciare la capitale norvegese. Uno, due, tre giorni… Tutti presi alla conquista anche della periferia di Oslo. Dei musei più insoliti. Almeno quelli che ci potevamo permettere con pochi spiccioli in tasca. Il nostro budget era limitato. Serviva per dormire e mangiare. Non per altro. Pena il taglio del nostro viaggio e un ritorno anticipato in Italia. Avevamo le idee chiare su come sbarcare il lunario in queste città europee. Lauta colazione la mattina. Per tenerci in forma e per saltare un pranzo completo. Così, le nostre forze riprendevano davanti ai chioschi di hot dog con senape per tutti i gusti, dal dolce al piccante. E la sera era il bis. Ma con qualche variazione e sopratutto una scelta discreta di birre. In lattina. Quelle non mancavano mai. Forse non vi ho raccontato, per pudore, delle mie insolite passioni. Le birre mi sono sempre piaciute. Oggi colleziono i boccali dei miei lunghi viaggi. Non quelli delle enciclopedie comode in edicola. Anche se in passato ho completato una meravigliosa raccolta di bicchieroni particolari. Mi piacevano per le forme e trovavo completa anche la raccolta in fascicoli sulle birre di tutto il mondo. All’epoca non era esplosa internet e per quanto possa sembrare sciocco, collezionavo lattine di birre. Piene e vuote. Parliamoci chiaro: alla fine del viaggio erano tutte vuote. Avete presente la macchina degli sposi che riparte con barattoli, pentole ed altro appesi dietro al tubo di scappamento? Il rumore era lo stesso. Quando il mio passo era più spedito lungo le strade di Oslo, cominciavo a sentire un rumore di ferraglia. Erano le buste di plastica piene di lattine, appese come potevo al mio supermoderno zaino. A ripensarci mi vergogno un po’. Ma queste erano le passioni dell’epoca. E quando incontravi altri studenti con altre lattine, era uno splendore di colori e di rarità. «Questa è giapponese…», «Sì, ma non hai l’ultima finlandese». Era un discorso tra esperti del settore. Quelle ammaccate finivano inesorabilmente sui marciapiedi nordici… Alla faccia degli ambientalisti dell’epoca. Erano rifiuti assolutamente non biodegrabili. Però le spillette antinucleari le avevamo. Anche quelle rientravano nelle collezioni dell’epoca. Dunque eravamo ritornati ad Oslo. E non ne potevamo più. Paul, sempre più perso, noi sempre più convinti che quella città era infinita. Come la notte norvegese. Più passavano i giorni, più si allontanava Capo Nord. E il sole di mezzanotte era sempre più a nord. Non sapevamo cosa fare. Ormai la mattina ci organizzavamo con percorsi diversi. Paul a casa di…, noi in giro per la città ormai invasa da uniforme della marina (ricordate l’Amerigo Vespucci) e sempre più deserta dalle bellezze indigene. Potenza dell’uniforme e della marina italiana… Prima di prendere la grande decisione, decidemmo di visitare l’Amerigo Vespucci al porto di Oslo. Una nave itinerante usata per l’addestramento militare di ufficiali e marinai che ancora oggi ci invidiano in tutto il mondo. Era meravigliosa. Come erano splendide le grandi uniformi. Partecipammo ad una insolita festa italiana ad Oslo. Orgogliosi dell’Amerigo Vespucci, del nostro stile, e della nostra italianità… Era il 1979 e non avevamo ancora vinto i mondiali. Archiviata l’Amerigo Vespucci ero deciso a far rinsavire dal mal di Norvegia il caro Paul. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu l’incontro lungo la strada principale di Oslo una mattina di 27 anni fa. Colori, magie, le bionde con gli occhi azzurri e il solito bel caos dello shopping mattutino lungo la strada principale e più elegante di Oslo… «Brunoooooooo… Brunooooooo…». Mi girai di scatto. Ed anche i miei amici di viaggio, Antony e Joseph (Paul si trovava rinchiuso nella villa della diabolica…). «Brunooooooooo e tu che cazzo ci fai ad Oslo???» Strabuzzai gli occhi. Ed arrossì pensando che un po’ tutti si erano girati dalla parte di quell’energumeno che urlava come un pazzo per le strade di Oslo. Per fortuna che l’italiano è intraducibile… Era quasi un pezzente. Con uno zaino sporco e lurido e con vestiti macchiati e jeans strappato. Lui… proprio lui… sempre perfettino che di lì a qualche anno avrebbe preso il classico posto in banca. Era un pseudo amico di Avellino. Non ci frequentavamo molto, ma il ritrovarsi ad Oslo, ad oltre duemila chilomeri da casa, evidentemente lo faceva sentire padrone del mondo. Anche di quella parta del mondo. «Ma che caz… ci fai ad Oslo…», replicò sempre gridando come uno straccione… Già che ci facevo ancora ad Oslo alle prese con un irpino, incontrato per caso, che urlava come un pazzo, felice, lui… solo lui, per un incontro neanche immaginato? Che ci facevo ancora ad Oslo? Caro Paul se non guarisci dal tuo mal di Norvegia, ci raggiungerai a Capo Nord. La decisione era presa. Si ripartiva. Ma non più risalendo dalla dorsale norvegese, piuttosto tagliando, a nord, verso la Svezia. Ci riavvicinavamo al nostro obiettivo. Ma io stavo perdendo le speranze di raggiungere Capo Nord… (8- continua)

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