La terza tappa del viaggio in seconda classe era Amburgo. Già vi ho spiegato come scegliemmo la città tedesca. Era la città più importante del nord del paese. Ad un passo dalla Danimarca, altra tappa di avvicinamento alla Scandinavia. Ad Amburgo non sostammo a lungo. Ma non perdemmo tempo tra degustazioni di nuove birre tedesche e conoscenza degli usi e abitudine locali. Così prendemmo confidenza con l’innata libertà in fatto di costume sessuale del popolo tedesco. Come in quasi ogni città del grande nord esisteva un quartiere del sesso. Ad Amburgo era noto per le prostitute in vetrina. Usi e costumi locali? Gia, ma perchè avventurandoci nel quartiere si parlava solo italiano? E non solo tra i turisti. Anche tra chi cercava clienti… In realtà lo spettacolo era penoso, se non folcloristico, considerando che già all’epoca era una sorta di meta turistica e non solo per studenti incuriositi. Così tra giarrettiere unte e donne un po’ trasandate, scoprimmo i misteri delle puttane di Stato. Nel senso che riuscimmo a comprendere i segnali convenzionali, tipo semaforo, che definivano lo status momentaneo delle bellezze da vetrina. La luce rossa soffusa, nascosta dietro una tenda, segnava inequivocabilmente l’occupazione temporanea; la luce gialla con tenda semiaperta rendeva prossima la disponibilità col cliente in uscita. E il semaforo verde? Lascio alla vostra fantasia. D’altronde era tutto in vetrina. Come i vestiti che si espongono nelle boutique. Non saprei neanche dirvi le tariffe perché non sostammo a lungo in quel posto. Non per facile moralismi, ma sopratutto per la presenza di brutti ceffi. Ovviamente tutti italiani. E per uscire dal quartiere rosso attraversammo, con una frettolosa e poco salutare passeggiata, un porticato che potrei ricordare come la galleria dei passi perduti (tra sacro e profano da non confondere con il più noto corridoio del Transatlantico politico nostrano) dove le puttane non si trovavano in “vetrina” dietro alle facciate di insolite palazzine a due -tre piani, ma, praticamente ti saltavano addosso con tutta la mercanzia piuttosto decadente. Di Amburgo mi è rimasto un ricordo grigio. Poco solare e per nulla stimolante (tanto per rimanere in argomento). Una città non particolarmete affascinante. Ma non per colpa delle “bellezze in vetrina”. E’ una sorta di città di confine. Tra il vecchio e il nuovo della Germania che all’epoca, vorrei ricordarlo, era ancora divisa in due Stati. E per noi studenti con pochi soldi in tasca e con tanti sogni in testa poteva al massimo rappresentare una tappa di trasferimento verso un mondo ancora sconosciuto ai nostri occhi, ma non alla nostra immaginazione. Tra favole insolitamente crude ed elfi, gnomi, vichinghi e divinità nordiche. Quando prendemmo alla stazione di Amburgo, la linea diretta per Kopenhagen (via traghetto da Rostock; all’epoca non erano state completate le grandi opere per collegare le isolette danesi), intuimmo di aver spalancato la porta dei nostri sogni… (7- continua)
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