«Quando annunciai ai miei amici londinesi che stavo per fare un viaggio in Europa per scriverci un libro, mi dissero: «Oh, devi conoscere molte lingue» «Macchè» rispondevo io con un certo orgoglio, «solo l’inglese» e quelli che mi guardavano come se fossi matto. Mentre il fascino di un viaggio all’estero sta proprio qui, per come la vedo io. Non voglio sapere cosa dice l’altra gente. Non riesce a pensare nient’altro in grado di dare un piacere più grande di quel senso di infantile stupore che si prova in quel paese dove ci si sente ignoranti quasi su tutto. All’improvviso si torna bambini. Si è incapaci di leggere qualsiasi scritta, si possiede solo una nozione rudimentale del funzionamento delle cose, non si è nemmeno certi di poter attraversare una strada senza mettere in pericolo la propria vita. L’intera esistenza di una persona diventa un susseguirsi di interessanti quesiti». Anche Bill (con Bryson posso permettermi un tono confidenziale; il brano è tratto dal libro “Una città o l’altra) comprende l’inutilità di conoscere una lingua. E noi italiani siamo dei seguaci della teoria Brysiana. Io l’ho applicata tanti anni fa in Norvegia. Vi stavo appunto spiegando i motivi dell’insolita sosta ad Oslo per ben otto giorni. Fu un soggiorno piacevole. A parte l’intermezzo con i vigili del fuoco nell’appartamento della simpatica famigliola nordica. Dopo quella breve esperienza scegliemmo un soggiorno più evangelico, in una zona più periferica di Oslo. Era precisamente una casa accoglienza di bravi pastori che d’estate arrotondavano il magro budget a disposizione ospitando studenti di tutto il mondo in grandi camerate. Era una soluzione accettabile. Con il trenino poco distante raggiungevamo il centro per la nostra visita culturale. Così, riuscimmo a visitare un bel museo con due importanti navi vichinghe integralmente conservate e sopratutto un museo all’aperto che riproponeva la vita di un tipico villaggio vichingo. Speravamo di portare a casa qualche bel souvenir, tipo il berretto con le due spendide corna laterali. Ma i costi erano altissimi. Così, soddisfatta la nostra voglia di conoscere storie e costumi del popolo vichingo ci impegnammo ad approfondire le relazioni sociali. Ed in questo siamo stati favoriti dall’ospitalità dei locali. Le nostre passeggiate erano caratterizzate da insoliti ed inattesi incontri. Come tutte le comitive anche noi avevamo il belloccio di turno. Ma aveva un difetto era troppo simile alle bellezze indigene: alto, biondiccio ed occhi chiari. Così, con grande stupore nostro, era completamente ignorato. Joseph ci rimase male. Lo intuimmo e silenziosamente …ridevamo come matti. In tutte le comitive qualche volta si litiga. Non ricordo bene cosa mi spinse ad una discussione animata con gli amici del viaggio, proprio quando, lungo il viale principale di Oslo, si avvicinarono tre graziose fanciulle dall’aspetto sicuramente nordico. Qualche minuto prima mi ero allontanato dal resto del gruppo manifestando il disappunto con un deciso mutismo. Dopo qualche minuto mi girai e compresi l’insolita situazione: Joseph sbuffava, Paul parlava fitto fitto con una ragazza che lo superava in altezza di almeno mezza testa, Antony era preso dalla conversazione con un’altra fanciulla. Ed una terza ragazza mi guardava con insistenza. Rimasi sorpreso dalle conoscenze anglofone dei miei amici, così mi avvicinai. Solo per curiosità. Vabbè anche perchè la biondina continuava a fissarmi. Silenzioso come un pesce, ma attento a non perdere un filo del discorso. Così compresi tutto. Erano italiane con accento lombardo. Altro che nordiche. Ma il mio mutismo proseguì. Antony e sopratutto Paul erano insolitamente divertenti e spigliati. Io no. Joseph sempre più solo ed irritato. Con una manovra abile e circospetta la terza fanciulla, quella che mi fissava, passò dietro la sorella che aveva adocchiato Paul, allargando la fila di italiani che si era formata e ponendosi quasi al mio fianco. Era bionda, capelli lunghi, di età incerta, probabilmente coetanea. Filiforme. Decisamente appariscente. Passarono minuti senza profferir parola. Poi, d’improvviso mi chiese in francese come mi chiamavo. Con la mia risata finì l’idillio. Lei non comprese ed io mi presentai. Mi aveva preso per un francese e quando scoprì anche la mia erre, non fu del tutto convinta dell’equivoco… Per farla breve, Paul s’innamorò, Joseph continuò a sbuffare, Antony a parlare ed io allargai le mie conoscenze europee. Ah pardon… era italiana. Ci ritrovammo ospiti nella loro meravigliosa villa ad Oslo. Il padre era un imprenditore milanese che viveva gran parte dell’anno in quel posto. Gentili e simpatiche. Ma un pericolo concreto per il nostro viaggio fino a Capo Nord. Qualcuno vacillava. E il nostro obiettivo era sempre più lontano. Lasciammo Paul perso nei suoi sentimenti, cercando di farlo riprendere da quel senso di torpore così pericoloso. Lo chiamano mal di Norvegia. I giorni passavano. Noi persi nella gigantesca capitale, Paul semplicemente perso. Al terzo giorno di permanenza accadde un altro fatto che colpì la nostra fantasia. «Ma come fanno i marinai a baciarsi tra di loro e a rimanere veri uomini però…». Lungo il corso di Oslo erano comparse molte divise della marina italiana. E si accompagnavano con bellissime fanciulle. Aveva attraccato l’Amerigo Vespucci. Intuimmo che il nostro tempo era finito. Era giunto il momento di levare le ancore. Capo Nord aspettaci. «Ma come fanno i marinai…». Erano tutti consapevoli. Meno Paul. Ma quella notte venne deciso il blitz. «Ragazzi, si parte. Il treno è previsto alle 21 in direzione Bergen. Poi, proseguiremo…» Paul con dispiacere disse sì, ma strappò una promessa: «Al ritorno passeremo per Oslo». E’ il mal di Norvegia, non si scherza. La lunga notte nordica ti prende e non ti lascia più. (4-continua)
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June 12th, 2006 at 1:52 pm
Accidenti Brù…tira più quella cosa lì di una pariglia di renne!!!