Una Passeggiata fra torri. Capo Palinuro

Appunti di viaggio
di la tigre e il leone Add comments


Partiamo dalla località del porto, dove si imbocca un tranquillo sentiero immerso nel verde, protetto da una ringhiera in legno. Dopo pochi metri, dietro la prima curva, si apre il terrazzo della prima Torre, solida guardiana affacciata a picco sul golfo di Palinuro, che guarda sulla Grotta Azzurra, sul lato sinistro, ed il porto sottostante sulla destra.

 

 

Ma camminiamo ancora, arrampicandoci tra le rocce non tracciate, fra siepi fiorite e profumate. Raggiungiamo il piano dell’altra Torre, che si staglia al sole maestosamente intatta, ricoperta di rampicanti, e si proietta tra il blu profondo del mare e l’azzurro del cielo.

Gabbiani eleganti la sovrastano, planando in un silenzio di struggente bellezza, interrotto solo dai pianti sommessi del loro verso. Qualche sporadica barca taglia di spuma quel piatto blu profondo.

Stesi su quel piano informe e un po’ scomodo, con lo strapiombo a pochi centimetri, sembra di essere già stati lì, forse calati in altri tempi, appartenuti a quel blu tra cielo e mare, che vi avvolge del suo manto rilassante e rassicurante, e vi restituisce a Madre Natura: sì , questa è casa mia, ora sto bene e vorrei che il tempo si fermasse.

 


Breve storia di Palinuro

(Placemark di Google Earth) 

Le suggestive grotte del Capo Palinuro che si specchiano in un mare cristallino erano già frequentate dall’uomo primitivo nel neolitico (IV millennio); i numerosi resti di utensili in ossidiana, ritrovati nella duna fossile, fanno pensare a Palinuro come ad una stazione di commercio con le Eolie, dalle quali proveniva il vetro naturale.

Durante l’epopea greca il promontorio era già conosciuto ai naviganti per la pericolosità delle sue correnti, per questo lo chiamarono Palinouros, una sorta di capospartivento.

A conferma del timore gli stessi greci designarono col nome di una sirena, Molpè ossia la leggiadra, il fiume che scorre alle pendici del Capo Palinuro; e si sa che le sirene erano l’allegoria di acque perigliose.

Nel 540 a.C. colonizzatori ionici provenienti da Focea fondarono Elea (Velia) acquistando i diritti sul territorio dalla popolazione indigena, gli Enotri; allo stesso tempo eressero su Capo Palinuro, in località Timpa della Guardia, un villaggio con annessa necropoli.

Gli scavi hanno restituito in abbondanza vasellame, utensili, monili e anche alcune monete incuse con la scritta Pal-Mol (Pal-Mol), che sta per Palinuro, il promontorio, e Molpa (da Molpè) l’insediamento.

Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni; nel 510 misteriosamente si estinse.

Il poeta Virgilio, affascinato dai luoghi, dà una sua interpretazione dei fatti e narra, nell’Eneide, di Palinuro, nocchiero di Enea che tradito dal sonno cade in mare, ma giunto a riva è assalito e ucciso dagli indigeni. Gli dei dell’oltretomba, offesi dall’episodio sacrilego, puniscono gli abitanti con una tremenda pestilenza.

Forse non sapremo mai come andarono esattamente i fatti ma è utile ricordare che la storia dei Focei è intessuta di questioni riguardanti territori e …donne!

In età romana Palinuro-Molpa fu munito di stazioni di osservazione per l’avvistamento di navi cartaginesi, ma fu anche frequentato da illustri personaggi, come l’imperatore Massimiano detto Erculio, che lo scelsero per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini.

In epoca medievale del binomio sopravvisse solo Molpa e sull’omonima collina fu edificato un abitato che sarà distrutto, una prima volta, nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari cenobi dei dintorni concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola.

I Normanni, nel secolo XI, in lotta contro i Longobardi, fortificarono il colle edificandovi una possente rocca, che ancora si conserva. Le robuste difese non sottrassero Molpa al tragico destino che dopo dieci secoli si rinnovava: all’alba dell’11 giugno 1464 una masnada di Saraceni la distrussero facendo schiava la sua gente. Molpa non si riprenderà più.

Nel 1554 il feudo di Molpa-Palinuro fu acquistato dal nobile spagnolo don Sancho Martinez de Leyna che vi edificò alcune delle torri costiere.

Il carattere strategico del Capo Palinuro non sfuggì a Gioacchino Murat che, nel breve decennio della Repubblica Partenopea (1806-1815), guarnì l’altura con una serie di fortini intorno ai quali si fronteggiarono in più occasioni francesi da una parte e inglesi, borboni e briganti dall’altra.

Gli ideali della rivoluzione francese avevano fatto breccia anche nell’animo cilentano e i moti risorgimentali del 1828 videro Palinuro coinvolta nelle lotte alla tirannia borbonica: a Palinuro fu letto il proclama dei rivoltosi cilentani “Popolo Napoletano!,….”; a Palinuro furono fucilati i patrioti Capozzoli.

Nei successivi anni del secolo ci fu una rinascita del villaggio di pescatori e alcune famiglie gentilizie vi edificarono interessanti edifici: ricordiamo Villa Stanziola, Palazzo del Principe e Palazzo Rinaldi.

La storia recente vede la realizzazione della stazione meteorologica nel 1936 e poi l’affermarsi di un turismo internazionale promosso dal Club Mediterranèe e potenziato dalla laboriosa gente di Palinuro.

A picco sul mare, varie torri cingono tutt’intorno il promontorio di Capo Palinuro. Partendo dal porto, troviamo la torre detta del Porto, completamente trasformata ed adibita a ristorante, anche se nella struttura esterna conserva qualche cosa d’antico. Appena oltrepassata la Grotta Azzurra, la torre del “Capo “, intatta nella sua parte inferiore, ma rovinata superiormente ed internamente.

Doppiato il “Capo”, possiamo ammirare: la torre Formica, la torre Mozza o del Monaco, già così alla fine dell’800. Tutte queste torri furono costruite secondo il piano generale emanato dal viceré di Napoli, de Ribera, dalla metà del secolo XVI alla fine dello stesso.

Molte delle torri furono bombardate dai cannoni delle navi inglesi, agli inizi del 1800. Le stesse, nell’ultima guerra mondiale, furono adibite a posti di osservazione e presidiate dai nostri soldati.

Sul promontorio, durante la Repubblica Partenopea e al tempo della restaurazione del Regno di Napoli, furono costruiti tre fortini, che servirono anche come nascondiglio di armi per i rivoltosi dei moti cilentani del 1828 e del 1848. Solo uno di questi è giunto fino ai nostri giorni ed è denominato “Il Fortino”.

da www.cilentonelmondo.it 

Leggi ancora...



Aggiungi il nostro feed ai tuoi preferiti oppure leggi le feednews di viaggioadagio.it direttamente sulla tua e-mail



Leave a Reply

WP Theme & Icons by N.Design Studio
Entries RSS Comments RSS Log in