C’è un viaggio che prima di diventare definitivo per tutti, rappresenta in questi giorni novembrini una struggente abitudine per tanti. Il cimitero di Firenze sta su un poggio sulla vecchia strada che conduceva a bologna e che attraversando una campagna talvolta cupa e selvaggia, attraversa parte del Mugello per svalicare sul passo della Futa e giungere in Emilia. C’è un altro piccolo cimitero però, che sopravvive alla periferia della nostra città e che quando da piccola accompagnavo mia nonna a trovare i suoi pochi parenti, stava ancora in una periferia erbosa di campagna profumata. Si attraversava allora il sottopassaggio di un viale già ingrigito dal traffico e a piedi si proseguiva sotto gli alberi frondosi che già nascondevano in lontananza grandi palazzi in costruzione. I fiori allora li si prendevano dal giardino incolto di mia nonna dove ogni pianta e ogni fiore aveva diritto di crescere dove si trovava più a suo agio. A lei piacevano gli iris, i nostri iris fiorentini il cui colore si adegua a quello del suo vicino dando vita ad un fiore le cui screziature di colore, dal giallo al marrone, dal viola intenso al lilla pallido, sono sempre una piacevole sorpresa primaverile. Raccoglievamo quindi iris colorati e li avvolgevamo nella vecchia carta delle riviste che lei leggeva. A volte avevamo fiori impacchettati in disegni di delicati ricami all’uncinetto, altre erano circondati da struggenti racconti d’amore pubblicati su Intimità o Confidenze. Il cimitero allora era per me un bel giardino silenzioso nel quale far visita a quello zio che non avevo mai conosciuto e che mia nonna aveva pianto per tanti anni addietro. Prima della mia nascita infatti, mia nonna compieva quel viaggio ogni giorno e ogni giorno si vestiva a festa e attraversava quel sottopassaggio e giungere a destinazione. Adesso anche lei riposa lì, la sua fresca tomba è piena di erbacce e di radicchio selvatico che non trova altri luoghi nel quale crescere indisturbato; questa non è la stagione degli iris ma i crisantemi gialli e bianchi che le ho portato erano della varietà più bella che si potesse trovare e io li ho sistemati con cura perché le tenessero compagnia il più a lungo possibile. Mia figlia e mia nipote tanto correvano per quel giardino fiorito mentre capannelli di comari si scambiavano sottovoce la ricetta del coniglio in umido e qualche uomo con l’auricolare si fermava in raccoglimento di fronte ad una vecchia tomba senza parenti. Un spazio più ampio circondato da alberi e da panchine, accoglieva gruppi di anziani così adusi alla morte che il loro riposo pareva quasi un’attesa e altri bambini e giovani e famiglie intere, si scambiavano saluti e sussurri lievi come i petali dei fiori. Poi è risuonata una campana e nel silenzio degli astanti è cominciata la messa. In mezzo a quel giardino fiorito la gente si è fermata e si è girata verso i microfoni con le mani giunte e il capo chino mentre una pioggerellina fina fina accompagnava il riposo dei nostri viaggiatori.
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November 3rd, 2005 at 11:28 am
oh! brava! bentornata… eravamo in pensiero :)
November 3rd, 2005 at 1:45 pm
Ed è tornata con un bellissimo post!
November 3rd, 2005 at 5:23 pm
A volte -soprattutto in montagna- si trovano dei piccoli cimiteri che ispirano una tale serenità da superare anche la malinconia che inevitabilmente pervade chi ci torna a trovare i propri cari.Quello che hai così mirabilmente descritto,Viscontessa,pur non essendo in montagna mi ricordava molto quei posti…grazie!
November 3rd, 2005 at 5:40 pm
Mstec…devo riprenderti sull’uso dell’avverbio “mirabilmente”?
Guarda che lo faccio!
Guarda che…
November 3rd, 2005 at 5:52 pm
Mirabilmente è notevole … :-P
November 3rd, 2005 at 6:13 pm
grazie :-)
novembre è un mese triste.
November 3rd, 2005 at 8:36 pm
Bellissimo e triste