Quando il sole è cocente come in estate nell’assolata Bukhara al centro del grande deserto dell’Uzbekistan indosso sempre il mio fidato e coloratissimo cappellino con visiera acquistato in Papua Nuova Guinea.
Alzati gli occhi al cielo per sfruttare tutto il grandangolare dell’obiettivo nell’inquadratura del minareto conosciuto come il “Grande”, una folata fa correre il cappello lungo l’atrio della scuola coranica antistante: è un’occasione unica per conoscere una bella storia!
Si avvicina, infatti, un vecchio uzbeko ed - in un russo semplice e piano che non mette a troppo dura prova le mie reminiscenze universitarie - mi dice che anche Gengis Khan perse il cappello per osservare la possente architettura e, in segno di deferenza, decise di salvare il minareto dalla furia dei suoi soldati che stavano mettendo a ferro e fuoco l’intera città.
Forse, allora, si deve alla caduta di un cappello se la splendida architettura di mattoni cementati con colla fatta di chiara d’uovo e latte di cammella fa ancora oggi bella mostra di sé.
Se guardate nell’angolino a sinistra della fotografia potete osservare la tesa del mio, poco prima della caduta che mi ha fruttato questa storia.
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