Le gravine, culla di civiltà e tesoro naturalistico
Appunti di viaggiodi Filomena V. E. Matarrese Add comments
L’altopiano carsico che si distende per buona parte delle province di Bari e Taranto è una terra dai contrasti forti. Può avere l’aspetto desertico di un’arida steppa, con assenza quasi totale di alberi o arbusti: il regno esclusivo di eringi, delle ferule, delle stipe ed altre graminacee spontanee. Un deserto reso ancora più aspro da un tappeto di rocce grigie affioranti come scogli spinosi, macchiati di ostinati licheni. Può vestirsi, all’improvviso, con l’abito della festa se una pioggia di primavera lava la sua tristezza, vestendola di un manto leggero di verde intenso punteggiato da una galassia di colori. Il giallo intenso delle infiorescenze delle ferule, il violetto dei pennacchi dell’eringio, l’azzurro delle cicorielle di campo o il rosa dei grappoli degli asfodeli. Può apparire desolata, in uno squallore che sembra immutabile, quando lo “scorticacapre” soffia
implacabile, freddo ed ostinato dall’ovest. Ma è pronta a popolarsi, come per incanto, quando il maestrale ha nettato l’aria per lasciare che il sole accarezzi il placido pascolo degli armenti, il canto melodioso di allodole e calandre, il chiacchiericcio degli strillozzi, il grido minaccioso dei falchi che ricordano a tutti chi è il vero re di questa terra selvaggia, aspra e forte. La Murgia non fa mai mistero della sua doppia faccia e del suo mutevole carattere. Il suo stesso nome ci piace pensare possa derivare da murex o da Murcia. Murex è, per i latini, il guscio di una conchiglia spinosa, oppure lo scoglio puntuto, oppure ancora i ferri acuminati con cui gli eserciti impedivano l’avanzata dei nemici. Murcia è, invece, il nome di un’antica divinità italica dea dei giardini e del mirto. Questa sua doppia identità è assai più evidente nella fascia di territorio che guarda alla fossa bradanica e al golfo di Taranto. Qui la Murgia precipita, quasi all’improvviso, nelle piane ioniche con un altissimo gradone proprio quando la sua apparente scontrosità si
manifesta al massimo grado in un lungo terrazzo arido e quasi totalmente pietroso. Ma proprio qui la Murgia ci svela un volto inaspettato, originando profonde spaccature e ampie crepe in quel suo lungo gradone che corre, per più di cento chilometri, nella parte più a sud della provincia di Bari e quella più a nord della provincia di Taranto. E’ l’ultima, doppia faccia della Murgia che davvero ci sconvolge, perché capace di passare di colpo dal piano a precipizi di centinaia di metri di profondità che si aprono inaspettati segnando il gradone di strette gole in cui a fatica si scorge il fondo. Ma non è solo l’improvvisa variazione a sorprenderci con la vertigine del vuoto. Ci sorprende anche l’improvviso mutamento della copertura vegetale: fino al ciglio del precipizio la steppa quasi desertica, poi, nella grande fenditura della terra, un rigoglio esuberante di macchie, arbusti, e finanche di alberi d’alto fusto. Tutto è aggrappato a pareti scoscese, inaccessibili. Tutto sembra in equilibrio precario, ma non è così. Ogni albero, ogni rovo, ogni arbusto, affonda le radici aprendosi la strada nelle crepe delle rocce, succhiando in profondità l’umido che s’è fatto strada tra i calcari, e la linfa vitale che s’è portato con sé.
Filtrando tra le chiancarelle e nella roccia porosa quel poco di nutrimento che ha eroso dall’altopiano ed accumulato dovunque ha trovato una crepa da riempire. Ce n’è abbastanza per tutti di quel nutrimento nascosto che filtra, sempre più in basso, per raccogliersi, quand’è sul fondo, finanche in piccole pozze popolate di cannucce e tife o per scavare ancora, quella ferita nella terra che continua lentamente ad aprirsi e ad affossarsi da decine di milioni d’anni. Quello che il vocabolario può definire un “orrido” non ha, in realtà, niente di orrido nell’aspetto. Ha, semmai, l’incanto di una esplosione di vita che non ha pari in nessun altro luogo. E’ uno spettacolo di una grandiosità unica che affascina per i misteri e che promette di svelare a chi vuole guardare più da vicino. Misteri che non sono soltanto nelle sue preziosità ambientali, della flora e della fauna, ma anche nei tesori archeologici di rara bellezza. Queste ferite nella terra, qui, le chiamano gravine. Chi si lascia attrarre dal richiamo del loro mistero scopre che nulla di orrido c’è nel loro aspetto e che esse sanno raccontare storie lunghissime e commoventi di frequentazioni umane, che vanno dalla preistoria fino all’età moderna. Il loro abbraccio, protettivo e sicuro, ha da sempre dato sollievo alle paure, accogliendo, nell’intricato sistema di grotte, cunicoli e anfratti, uomini e animali che cercavano scampo dai predatori, dalle intemperie, dalle persecuzioni.
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