Io in Costiera Amalfitana d’estate non ci vado. Non ci vado perché è una cosa da pazzi. Da Vietri fino a Sorrento è un serpentone unico di macchine che s’incastrano con i pullman dei turisti. Da Sorrento a Vietri è la stessa cosa, perché di strada ce n’è una sola.
E’ strettissima la strada della costiera. Una serie di curve a strapiombo sul mare che, a farle imbottigliati nel traffico ti fanno passare la voglia, la bellezza e la poesia. Non ci vado perché non sopporto la folla, la granita di limone a cinque euro, la ressa per un parcheggio, la gente che si accalca nelle botteghe di ceramica, le botteghe di ceramica che ti vendono paccottiglia fatta in serie a prezzi esorbitanti, la movida di quelli che vanno a Positano a caccia di una serata vipparola.
In Costiera ci vado che la primavera ancora non si è fatta fregare dal caldo, quando di sera ti ci vuole ancora il maglioncino e di giorno te la cavi con una maglietta di cotone a maniche lunghe. E ci vado in moto, possibilmente. Perché sono fissato e perché le curve te le gusti di più e perché anche a quaranta all’ora ti sembra di stare in pista. E molto più perché ho la moto. Se non l’avessi vivrei felice ugualmente, ma ce l’ho.
Parto da Vietri quando ho voglia soltanto di mare. Oppure faccio il valico di Chiunzi quando ho bisogno di vedere schiudersi l’azzurro come se si aprisse un sipario, come se fosse ogni volta una scoperta dopo un cammino in terra incognita. Lo faccio quando mi serve di guardare le cose dall’alto, le colonne di roccia aspra che si buttano nell’azzurro a disegnare fiordi e insenature che altrimenti puoi vedere, ma dal basso, soltanto da una barca. E io la barca non ce l’ho. E vivo felice lo stesso. In genere, passando per Maiori, non tiro dritto per Amalfi, perché mi mette un po’ di malinconia, come tutte le cose trite e ritrite, come tutti i punti di passaggio obbligato che sanno di esserlo e si comportano di conseguenza. Devio per Ravello. Faccio i tornanti che mi portano di nuovo su, parcheggio la moto nella piazzetta al bordo del paese e cammino a piedi. Faccio sempre una tappa. Vado a Villa Cimbrone.
Per arrivarci devi attraversare il centro e proseguire per una stradina che si allontana verso il mare. Costeggi il monastero di Santa Chiara, fai ancora un centinaio di metri o poco più e sei arrivato. A Villa Cimbrone c’è un albergo da dolcevita e l’ultima volta che ci sono stato c’erano i lavori per aggiungere una piscina e ampliare lo spazio a disposizione dei clienti. Quando ho visto il cemento m’è preso lo sconforto. Avevo paura che me lo rovinassero. Ma io non ci vado per l’albergo. Un giorno, forse, ci andrò. Ma tanto per togliermi lo sfizio e godermi un tramonto stravaccato sul bordo della piscina. Ci vado per fermarmi in silenzio nel chiostro arabeggiante e pensare a quanta bellezza possa essere nascosta in un luogo così piccolo e raccolto. Ci vado per passeggiare nel giardino, su quel lungo viale profumato di fiori e di agrumi che si spinge fino al bordo dell’abisso, da una terrazza bianca di sole. Dicono che sia una delle vedute più belle del mondo. Non lo so se è vero, ma è bellissima lo stesso. Ci vado per affacciarmi dalla terrazza, lasciarmi prendere da un leggero senso di vertigine guardando giù, respirare il vento, il mare e immaginare di lanciarmi nel vuoto, piombare giù in picchiata e, un attimo prima di toccare l’acqua, riprendere il balzo come un gabbiano e volteggiare nel sole, con un sorriso largo da un’orecchia all’altra. Lo faccio sempre questo pensiero stupido. E ogni volta sorrido davvero e mi do del bambino.
E siccome la cosa mi lascia soddisfatto, proseguo la passeggiata a ritroso, deviando per il tempietto di Bacco. Lì il paesaggio si fa più dolce, quasi femminile, sensuale. Sì, da quel punto di Ravello il paesaggio è donna. Penso sempre che mi piacerebbe comprare una casetta con un giardino pieno di limoni e passarci la vecchiaia. Poi penso al conto in banca, tiro un sospirone faccio la strada al contrario, verso il centro, lasciandomi alle spalle i fantasmi dolenti di Virginia Woolf e Greta Garbo.
Da vedere lungo l’itinerario:
- Villa Rufolo, le sue stanze e i suoi giardini;
- il fiordo di Furore, dopo Amalfi;
- altro a vostra scelta.
Dove mi piace mangiare: da Alfonso a Mare, a Furore (Via Marina Praia, 6 - Tel. 089/874091).
Se ci vai in macchina non è proprio facile trovare un parcheggio. Per arrivare al ristorante devi scendere lungo una viuzza che si diparte dalla strada principale verso il mare, attraversare a piedi la spiaggetta e costeggiare la roccia sulla destra. Scendi delle scalette e ti ritrovi su una piazzola ricavata nella roccia, dove i tavolini sono sistemati praticamente sul mare. Il pesce, manco a dirlo, è freschissimo, e con una bottiglia di Greco di Tufo o di Falangina scende che è una bellezza. Si spendono dai 20 ai 30 €. Ma attenzione quando c’è la folla dei turisti. Tendono a ridurre le porzioni di frittura. L’ultima volta ho fatto notare la faccenda al cameriere, che mi ha guardato, ha ammesso la “svista” e ha provveduto a “rifondere”.
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