Sono in volo verso Istanbul, immerso in un libro di storia contemporanea della Turchia. Quanto sangue ha bagnato questa terra. L’aereo è semivuoto. Alle mie spalle, dal lato opposto del corridoio, una signora dorme sotto una di quelle maschere per la notte. Raso nero e brillantini, che compongono la scritta “fuck off”. Scopro che è una donna manager quando comincia a parlare con il suo interlocutore di riunioni, presentazioni, risultati. Lo fa con linguaggio da caserma, a voce altissima.Addento sconsolato il panino con tacchino congelato ed il trancio di crostata, pensando alla parità fra i sessi.
Istanbul è un mostro di edifici che si estende da un lato e dall’altro del Bosforo per chilometri e chilometri. Intorno un verde rigoglioso di boschi e campi. Navi attraversano il canale in entrambi i sensi.
Il Mar Nero brilla in fondo, colpito di taglio dai raggi del sole. L’aeroporto Ataturk è nella parte europea della città, affacciato sul Mare di Marmara. I nomi di questi luoghi cominciano ad avere un senso.
Impiego un’ora e mezza per raggiungere l’albergo, dove mi aspetta P.
Il tassista non parla inglese. Solo turco. Mi fa capire che Istanbul è sempre congestionata dal traffico a quell’ora. Ma oggi è diverso, perché gioca il Galatasaray. Gli offro una sigaretta. L’accetta con un gesto gentile ed un sorriso. Chiacchieriamo con parole smozzicate e gesti. Dobbiamo far trascorrere il tempo. Alla fine della corsa mi scala dieci lire turche. Scopro a sera che mi ha fatto pagare la tariffa notturna.
L’albergo è luogo di ritrovo per uomini d’affari, nel quartiere di Beşiktaş, accanto allo stadio Inönü. Lo stile è lussuoso, per nulla affascinante. Per fortuna è per una notte sola.
Da domani P. è libera dagli impegni di lavoro e possiamo goderci un paio di giorni di relax.
Ceniamo kebab accompagnato da uno Yakut Kavaklidere, vino rosso turco consigliatoci dalla guida. Ne beviamo un paio di bottiglie in tre.
La camera guarda il nuovo ponte sul Bosforo. Europa e Asia con le loro luci e le luci ed il rumore in lontananza delle navi.
Leggo a bassa voce una poesia di Nazim Hikmet.
[…]I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul[…]
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