Istanbul - appunti (Basilica Cisterna, Topkapi ed altro)

Appunti di viaggio
di Eto Demerzel Add comments

Al risveglio ci accoglie una giornata piovosa. Facciamo colazione nella saletta dell’albergo, con marmellata all’arancia, yogurt e deliziose ciambelle di pane con il sesamo. P. ne mangia una quantità impressionante.

Abbiamo appuntamento alle nove e mezza con Alì, per i suoi racconti, la visita alla Basilica Cisterna e ai dintorni di Sultanahmet.

Dobbiamo anche cambiare sistemazione. Ci trasferiamo a poche centinaia di metri, in un albergo1 arredato con semplicità e gusto, in una traversa della Divan Yolu Caddesi, che brulica di gente indaffarata e turisti. Ci accolgono cordialmente. Sono dei ragazzi a gestirlo, ed anche se le camere sono minuscole ci sentiamo a nostro agio. In fondo abbiamo poco bagaglio e dobbiamo rimanere soltanto due notti.

Raggiungo Alì all’appuntamento e gli chiedo di rimandare. E’ sotto un ombrello. Mi risponde che non c’é problema. Quando ripasseremo di lì, oggi o domani, è probabile che lui sia in giro. Oppure basta chiedere. Intorno alla Moschea Blu lo conoscono tutti i venditori ambulanti.

Continua a piovere. Dopo un’oretta la situazione migliora e decidiamo di andare da soli. Ci basterà la guida cartacea.

La Cisterna Basilica2 è a cento metri dall’albergo, sottoterra. Costruita ai tempi di Costantino per convogliare l’acqua in un grande serbatoio, la città l’aveva dimenticata e si diceva che dalle cantine di qualche abitazione privata si accedesse a questo luogo strano, dove decine e decine di colonne spuntano dall’acqua e teste rovesciate di Medusa incutono terrore. In realtà quando l’amministrazione di Istanbul decise di restaurarla sembra che fosse diventata un deposito di rifiuti di ogni genere.
I giochi di luce e colori che si riflettono sull’acqua sono molto suggestivi, complice anche un sottofondo musicale molto azzeccato. Scattiamo qualche foto agli angoli più significativi, anche se la poca luce ed il divieto di usare il treppiede non rendono facile il compito. P. se la cava molto meglio con la telecamera.

L’ambiente sotterraneo è umido e freddo.

Ne usciamo diretti al Topkapi3, in mente gli intrighi di corte, il favoloso tesoro di gemme e ori, le schiave circasse pronte a soddisfare i piaceri del sultano.

In realtà pare che il sultano stesso fosse prigioniero del palazzo e di una vita scandita da continue cerimonie, udienze, impegni di Stato, regole di protocollo rigidissime.

La visita all’harem è deludente, perché si svolge obbligatoriamente per gruppi di trenta persone al seguito di una guida che ha molta più fretta di riscaldarsi nel caffè di fianco all’entrata piuttosto che di illustrarci la storia e le bellezze degli appartamenti privati dei signori dell’Impero Ottomano.

Scattiamo disordinatamente e ci mettiamo in scia, cercando di carpire qualcosa in più rispetto a quanto riportato nella guida. Alla fine del giro tiriamo un sospiro di sollievo e ci dedichiamo con più calma alla visita del resto del palazzo.

Torme di ragazzini delle scuole elementari invadono ogni stanza, seguendo in file lunghissime e più o meno ordinate ogni vetrina e bacheca del museo. Mi chiedo se per loro abbia un senso vedere cose che non hanno l’età per apprezzare. Sono molto più interessati agli stranieri, alle macchinette fotografiche, ai loro vestiti, alle acconciature delle turiste.

Rimango colpito dalle stanze dove sono custodite le reliquie. La cristianità è rappresentata dalla calotta cranica di Giovanni Battista e dal suo braccio, conservato all’interno di un arto d’argento. La storia dei passaggi di mano di questi oggetti attraversa le crociate, le vicende degli ordini militari e i secoli di guerre e invasioni che si sono letteralmente stratificate su questa terra. Nelle stanze dedicate all’Islam e considerate un vero e proprio sacrario, un giovane Imam recita incessantemente parole di preghiera da una cabina posta di fronte a delle teche. All’interno un impronta lasciata sulla pietra da Maometto il profeta. Alcuni peli della sua barba. Una sua lettera piuttosto minacciosa scritta ai cristiani copti. La sua spada, insieme a quelle dei primi Califfi, il tabernacolo dove era originariamente contenuta la Pietra Nera. Mi chiedo se l’Islam sciita reclami in qualche modo queste reliquie o ne possegga di identiche proprie, come accade per i migliaia di pezzi della croce disseminati nei reliquiari di tutta Europa.

Mi chiedo se il popolo turco, che a Istanbul dà prova di grande civiltà e laicismo nella vita di ogni giorno, sia ritenuto degno di possederle. Mi riprometto di approfondire la questione una volta tornato a casa. Lasciamo il Topkapi quasi ubriachi di informazioni e strepiti di bambini. Fa freddo, quasi come in inverno. Ma almeno ha smesso di piovere.

Ci dirigiamo al Kapali Çarsi, il Famosissimo Bazar di Istanbul. Ma è solo una ricognizione per avere un’idea di quello che ci aspetta all’indomani. E’ tardi e i commercianti stanno chiudendo. Decidiamo di fare un altro bagno turco e di provare l’altro Hamami consigliato dalla guida.

Il Cağaloğlu Hamami4 è osannato dalle guide turistiche di tutto il mondo per essere stato ambientazione di film, pubblicità, documentari. All’entrata c’è un’insegna che riprende la copertina di una guida abbastanza conosciuta fra i viaggiatori: “1,000 Places to See Before You Die”, di Patricia Schultz.

L’ambiente conserva ancora molto della sua originalità. Mi piace soprattutto la taverna situata di fianco alla stanza fredda, con il suo giardino d’inverno in marmo. Il bagno turco è altrettanto piacevole del Çemberlitaş, dove siamo stati ieri e la sala calda maschile è bellissima. C’è meno gente. Quando entro una sola persona sonnecchia sulla piattaforma centrale. Invece del guanto-sacchetto, qui usano il loofah, una sorta di pennello da barba gigante per insaponare, realizzato con fibre di radice di palma. Ma sono infastidito dal fatto che una segnalazione su una guida sia diventata l’obbrobrioso cartello che è la prima cosa che vedi all’interno di un luogo che ha perso la sua tradizione per diventare poco più di un’attrazione turistica.

Usciamo che è già ora di cena. Dopo un breve giro nella zona dei viaggiatori zaino in spalla, a valle della piazza Aya Sofya, scansando i “buttadentro” delle decine di ristoranti turistici, ci fermiamo in un locale aperto da poco, molto giovanile, dove una tavolata di emancipatissime ragazze di Istanbul stanno festeggiando il compleanno di un loro amico. Rientriamo in albergo stanchi e un po’ infreddoliti. Le preghiere del muezzin ci sveglieranno alle sei e mezza. Non ci siamo accorti di essere in una camera a venti metri dagli altoparlanti di un minareto.


1. Hotel Nomade;

2. Cisterna Basilica (placemark di Google Earth);

3. Topkapi (placemark di Google Earth);

4. Cağaloğlu Hamami.

 

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