Istanbul - appunti (AyaSofya ed altro)

Appunti di viaggio
di Eto Demerzel Add comments

A guardarla dall’esterno AyaSofya1 sembra spoglia, quasi anonima, rispetto all’architettura della Moschea Blu. Per secoli era stato l’edificio più importante di Bisanzio, forse dell’intera cristianità.

Il 29 maggio del 1453 Costantinopoli fu presa dalle orde di Mehmed II, che si abbandonarono ad orrendi saccheggi. Si dice che le ossa di Enrico Dandolo, sepolto nella basilica, furono date in pasto ai cani.
AyaSofya venne trasformata in Moschea. I segni di questo passaggio sono nella simbologia musulmana che si è sovrapposta a quella cristiana. Percorriamo il gioco di prospettiva che dall’entrata principale mostra l’illusione ottica di una successione di cupole, delle quali solo quella principale è quella vera. Purtroppo la vista è deturpata da una mostruosa impalcatura. Il treppiede della macchinetta fotografica è rimasto fuori. Non è permesso.

Rimangono pochi dei bellissimi mosaici originali, ma l’ampiezza della cupola e la leggerezza della sua struttura, lo sfarzo rimasto a testimonianza della grandezza bizantina ci lasciano senza parole.

Visitiamo AyaSofya sussurrando le informazioni contenute nella guida.


Penso agli uomini che hanno innalzato templi di così commovente bellezza, uno di fronte all’altro, gareggiando fra loro, studiando soluzioni architettoniche così ardite, esprimendosi in forme artistiche oggi irripetibili. E penso a quelli che hanno distrutto ciò che era stato creato per sostituirlo con altri simboli dello stesso dio, misericordioso o adirato che fosse non importa. Silenzioso, beffardo. In suo nome AyaSofya è oggi in splendida rovina.

E’ quasi sera, e decidiamo di prendere un bagno turco. L’Hamami Çemberlitaş2 è il più antico della città e uno dei due consigliato ai viaggiatori. Alla cassa una ragazza americana. La sala fredda, dove sono sistemate le stanzette dove gli uomini possono cambiarsi o riposare dopo il bagno, è piena di turisti che bevono succo d’arancia e fumano. Non ci scoraggiamo. P. ed io dobbiamo separarci, secondo la tradizione. La legge imperiale prevedeva la morte per un uomo sorpreso nella sala da bagno delle donne.

Mi vengono forniti un pareo a quadri bianchi e rossi, un paio di ciabatte ed uno strano sacchetto di cotone di cui non capisco la funzione. Entro nella sala temperata, dove l’assistente assegnatomi lo apre e mi fa capire che si sarebbe aspettato di trovarci qualche monetina dentro. E’ un uomo sulla cinquantina, baffi neri e viso paffuto. Anch’egli indossa soltanto il pareo. Mi guida nella sala calda, dove una piattaforma di marmo centrale domina un ambiente pieno di vapore. Il soffitto è una cupola tempestata di feritoie disposte in senso geometrico. Piccole stanze sono disposte intorno, ciascuna con la sua fontana. C’è silenzio, nonostante la presenza di decine di persone. E’ un luogo maschile, dove la gente chiacchiera a bassa voce o si gode il caldo in solitudine interiore. E’ espressamente vietato togliere il pareo. Questo pudore mi colpisce molto. Mi sdraio sulla pedana e chiudo gli occhi. Il bagno turco è quasi una cerimonia. Dopo una ventina di minuti di sudore comincia un massaggio con il sapone (il sacchetto di cotone era in realtà un guanto) e con l’acqua calda, che mi viene versata da una ciotola d’argento. E’ una sorta di lavacro assistito, che anticamente serviva a purificarsi o anche semplicemente a ripulirsi, in un’epoca nella quale il bagno non esisteva nella maggior parte delle case.

Dopo il massaggio ed il bagno rimango ancora un po’ a godermi il vapore, a giocare versandomi addosso acqua calda, come un bambino. Soltanto dopo un’ora ricordo che P. mi aspetta. Faccio una doccia fredda ed esco. Nella sala temperata un vecchio inserviente mi cinge la vita con un pareo asciutto, mi copre le spalle con un secondo pareo e la testa con un terzo, annodato con un gesto antico e gentile, con un sorriso e la mano destra al petto, in segno di ringraziamento. Mi cambio, lascio la mancia all’assistente, che mi aspetta nella sala principale, bevo un succo d’arancia seduto ad un tavolino. P. mi raggiunge dopo un quarto d’ora. Mi dice che la sala femminile era molto più ciarliera, ma il bagno altrettanto piacevole. Fuori è buio.

Andiamo a cena in un ristorante nel quartiere di Samatya3, frequentato soprattutto dalla gente del posto e consigliatoci da una collega di P. Mangiamo un kebab al pistacchio e beviamo birra turca. Prima della portata principale ci servono dei meze, piccole porzioni di tanti antipasti diversi. Sono ciò che resta della tradizione che i sultani cominciarono a introdurre per il timore di essere avvelenati. Facevano assaggiare piccole porzioni di ogni pasto dai loro eunuchi.

Ci facciamo lasciare dal taxi a piazza AyaSofya, a pochi passi dall’albergo. C’è vento. Camminiamo per un po’ senza meta. Ad un tratto dico qualcosa a P. ed un vecchio signore si avvicina e ci parla in italiano.

Si chiama Alì Hepgürses. E’ distinto nel parlare e ci intrattiene sul tempo e sulla bellezza di Istanbul. Ha lavorato per ventun anni al circo Medrano, come clown. Racconta che gli piaceva molto far ridere i bambini e che era una vita dura. Però ha conosciuto un sacco di gente strana e interessante. Poi ha comprato un caicco con un amico, che è scappato via dalle parti di Salonicco, lasciando la moglie. Alì è tornato a Istanbul da pensionato. 900 € dall’Italia e 300 dalla Turchia. Potrebbe vivere bene, ma non riesce a smettere di lavorare. Si annoia. Dice che in casa comanda sua moglie. Organizza visite guidate a Istanbul per piccoli gruppi e ha un amico marinaio con il quale porta i turisti a fare il giro del Bosforo. Ci chiede cosa abbiamo visto e ci racconta un sacco di storielle sulla Moschea Blu, AyaSofya e la Basilica Cisterna. Storielle che non trovi sulle guide e forse non importa nemmeno che siano vere o inventate. La faccenda delle tre uova di struzzo bucate appese alla catena in cima alla Cupola della Moschea Blu per tenere lontane le zanzare è vera. Le cambiano ogni sei mesi. Sembra che funzioni. E’ accattivante Alì. Dice che non dimenticherà mai l’Italia e siamo noi a chiedergli di guidarci alla Basilica Cisterna per l’indomani.

Rientriamo in albergo, stanchi. Ma le luci delle navi, dalla finestra, sono così belle.


1. Aya Sofya (placemark di Google Earth);

2. Hamami Çemberlitaş (placemark di Google Earth);

3. Ristorante Develi

 

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4 Responses to “Istanbul - appunti (AyaSofya ed altro)”

  1. Lo Ziorso Says:

    Complimenti questo blog e’ una vera miniera.
    Mi affascina ogni giorno di piu’
    cio cio
    :0)

  2. Administrator Says:

    :-)

  3. Istanbul Lover Says:

    Complimenti per l’articolo, Istanbul è una perla, non vedo l’ora di tornarci presto, è una città così moderna e antica al tempo stesso! :D

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