Autore: Bruce Chatwin Editore in Italia: Adelphi Traduzione: M. Marchesi Pagine: 264 Prezzo: € 8,50
Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c’era scritto qualcosa con inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere. “Cos’è questo?” “Un pezzo di brontosauro”.
Ero tentato di intitolare il mio post “Viaggio allucinante” e descrivere le disavventure di una visita ad un’amica che aveva appena sfornato il suo primo marmocchio all’ospedale S. Camillo di Roma, ma ho pensato di desistere da ogni seduzione polemica e parlare di un viaggio meno pazzesco. Lo faccio anche a integrazione del diario di viaggio postato da Saltino un paio di giorni fa. Argomento: Patagonia e Bruce Chatwin. La maggior parte dei viaggiatori legge e apprezza Chatwin per il suo modo di concepire e raccontare il viaggio: frammenti, particolari, sensazioni, descrizioni di luoghi precisi e persone che si intrecciano con aneddoti e racconti di episodi storici minori. Sinceramente non credo -ma questa è una mia opinione personalissima e non sto facendo della critica letteraria, non è il mio mestiere- che si possa annoverare Chatwin fra i grandi scrittori. Però è un narratore capace di trasporarti immediatamente nel luogo e nel senso del viaggio. Da bambino era rimasto affascinato dalla faccenda della pelle di brontosauro (che poi era un frammento di pelle di Milodonte) e dalle avventure in Patagonia del suo prozio Charley Milward, capitano di un mercantile che affondò nello stretto di Magellano. Per compiere il suo viaggio alla ricerca di quei luoghi, lasciò improvvisamente la sua scrivania al Sunday Times con un telegramma decisamente stringato: “Have gone to Patagonia”. In questo diario di viaggio descrive la gente del Chubut, gli indios, la malinconia dei coloni, le avventure rocambolesche di Butch Cassidy e della sua banda in fuga, la desolazione grandiosa di quelle terre ai confini del mondo. E’ un libro che non può mancare nella valigia di chi si appresta a fare quel viaggio o sul comodino di chi ama viaggiare con la fantasia. Mi piacque molto e, simpatica coincidenza quando si ha a che fare con i libri, quando l’ho riletto me ne sono capitati fra le mani altri due dove si parla di Patagonia. Uno è “Moby Dick”, di Herman Melville, che è uno dei miei scrittori preferiti. Ma del Capitano Achab, del Pequod, di Ishmael e dell’indio Queequeg, vi parlerò un’altra volta. I libri sono come le ciliegine: uno tira l’altro.
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