
Si chiamano tuk-tuk perché, grazie a Dio, l’onomatopea si capisce anche in Tailandese. I Thai li chiamano “Samlors”, ma qualcuno di voi, da ragazzino, avrà scroccato un giro sugli “apetti” a tre ruote che giravano nelle campagne. Io sì. E posso garantirvi che fanno proprio tuk-tuk-tuk, il che, insieme con il rumore infernale del traffico di Bangkok e l’intrinseca instabilità dei furgoncini, è una delle esperienze più divertenti (e rischiose) del muoversi in questa città.
E’ divertente (ma non troppo quando avete fretta) anche il fatto che pochissimi dei conducenti di tuk-tuk parlino qualche parola d’inglese. Se ci mettete i cartelli scritti in Thai, le mappe cittadine non proprio precisissime per scala e dettaglio, scoprirete che muoversi in tuk-tuk per arrivare da A a B, può diventare un incubo. Contrattate i prezzi, ma non troppo. Sono veramente ridicoli in confronto all’Italia (uno spostamento di più di una decina di chilometri all’interno dell’area urbana può costare un centinaio di bath, pari a circa 2 €) e i conducenti sono, in genere persone che abitano anche molto lontano da Bangkok, in condizioni misere e hanno difficoltà, talvolta, a comprare la benzina (vi accorgerete che spengono ai semafori!). A tal proposito, anche se con un po’ di vergogna a causa della mia parte…nopea, debbo riferire dell’episodio capitatoci mentre ci apprestavamo a visitare i monumenti principali di Bangkok, cioè il Palazzo Reale, il Wat Pho ed il Wat Phra Kaeo (di cui scriverò prossimamente):
la guida Lonely Planet è una gran bella cosa, ma a volte ti porta fuori strada e a volte dovresti studiartela da cima a fondo.
In sintesi, ci ferma un tipo gentilissimo, con tutto l’aspetto del semplice passante, davanti all’entrata laterale del Palazzo Reale. La guida Lonely Planet ci diceva che il complesso era chiuso a quell’ora, quindi stavamo organizzandoci per un’alternativa per trascorrere le due ore prima dell’apertura. Il tizio ci spiega che il palazzo è effettivamente chiuso, ma che nelle vicinanze, aperto, c’è il tempietto del Buddha della Fortuna (zitti! Lo so che qualcuno di voi ‘sta storia l’ha già sentita. Non mi fate arrabbiare). Inoltre, sempre nelle vicinanze, c’è un mercato dell’artigianato assolutamente da vedere nel giorno del compleanno della Regina (appunto il 12 agosto – e questo ci ha fregati!). Ci ferma due tuk-tuk che passavano di lì (guarda caso) e ci dice pure che, essendo il compleanno della Regina, i tuk-tuk costano pure meno (solo 20 bath). Dopo un rapido consulto, scatta la nostra parte genovese e decidiamo di fare l’affare (polli!!!). Partiamo e visitiamo subito ‘sto Buddha della Fortuna

(che non è un granché, ma tutti sono gentili e cerimoniosi) ma una volta nuovamente a bordo, mi accorgo che stiamo andando un po’ troppo fuori mappa, per cui chiedo spiegazioni al conducente. Questo, che per fortuna parla un po’ d’inglese, ammette candidamente (dopo circa mezz’ora di tragitto) che lui ci porta al fantomatico mercatino perché gli regalano i buoni benzina. Mentre sto parlando con lui, la mia compagna mi fa notare che sulla guida Lonely Planet c’è scritta para-para la storiella che stiamo vivendo. Ci sentiamo subito tutti dei pollacchioni. Mi infurio col conducente e gli dico che ormai ci porta al mercatino, prende il suo dannato buono benzina e ci riporta subito indietro. Il mercatino si rivela essere una gioielleria di quelle pericolosissime ed elegantissime, dove il distinto gioielliere (nonché capo dell’organizzazione di tutto il giochino) getta sguardi ammiccanti ai brillocchi nelle teche e, contemporaneamente, alle femminucce della nostra combriccola. Tremo. E suggerisco perfidamente che, vista la faccenda, anche se la gioielleria sembra stupenda e alle pareti spiccano certificati di garanzia in tutte le lingue, forse è il caso di svignarsela: non si sa mai che ti rifilano a questo mondo!
Insomma le nostre parti nopee e genovesi si trovano d’accordo e ritorniamo al Palazzo Reale che, scopriamo, era aperto negli orari in cui la guida diceva fosse chiuso. Non solo: all’esterno, a celebrazione del compleanno della Regina, gentilissime signore distribuivano pure da mangiare gratis. Ma questa è un’altra storia. E ve la racconto domani!
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