I B&b e il manuale dell’ospite imperfetto/5

Appunti di viaggio
di Brugue Add comments

Devo essere sincero immaginavo di scrivere l’ultima puntata di questo manuale. Per non tediarvi troppo con degli appunti senza troppe pretese. In realtà, ho scoperto un insolito interesse verso i B&b e su tutto quello che succede intorno al mondo dell’accoglienza turistica familiare. Così ho deciso non solo di proseguire il manuale, come le soap opera mi sopporterete fino alla trentottesima puntata, (vi conquisterò per stanchezza), ma anche di tradurlo in inglese, francese e spagnolo. Non chiedetemi il tedesco. Non sarei normale. Anzi, non sarei italiano. Scherzo. Ma non troppo. Tutti conoscono l’amore degli italiani verso le lingue. E’ un paradosso. In tutte le classifiche europee siamo desolatamente ultimi (superati dal Lussemburgo, dall’Irlanda, dal Belgio ecc. ecc) nella conoscenza e pratica di altre lingue oltre alle tre che conosciamo: la lingua italiana, il dialetto e il gesticolare, una pratica diffusa dal nord al sud. In queste esperienze dirette, nel mio B&b, ma anche in quello di mia madre (la signora Nunzia ha un B&B al centro di Napoli) comprenderete perché in tutte le strutture turistiche familiari italiane si parlino correntemente almeno ventiquattro lingue, compreso il giapponese. Dunque siamo poliglotti. Viva l’Europa unita, evviva il mondo globale. Nel mio B&b, quindi, si parla correntemente l’inglese e il francese e ci sintonizziamo giorno e notte su Tv Andalusia e Tv Real Madrid per perfezionare lo spagnolo. In realtà, personalmente ho fatto di tutto per aggiornare il mio inglese scolastico. Anche con un corso a pagamento. E’ stata una esperienza esaltante. E’ durata quasi un anno. Si studiava in gruppo. Con un collega. Tutti erano più piccoli di noi. L’unico quasi coetaneo conosceva già il tedesco. Il ragazzo, Fulvio se non ricordo male, era bravo. Con la nostra tutor, simpatica prof. di inglese (perché a scuola non abbiamo mai avuto ragazze così carine?), comprendeva le nostre difficoltà. In realtà erano proprio limiti. Per questo dialogava costantemente con noi nella sua lingua madre e noi testardamente, dopo dieci minuti di silenzio, rispondevamo nella nostra lingua madre. Era un bel dialogo. Solo Fulvio, teutonico nell’animo, s’intrometteva in questi bei dialoghi con il suo saccente ed imperfetto inglese. Le lezioni proseguivano con profitto. Per tutti. Meno che per noi due, io e Mario. Così, dopo quasi un anno, nonostante la “preparazione” della prof. salutammo tutti. Quasi tutti. Con Fulvio non legammo mai. Ma in fondo perché dovrei conoscere un’altra lingua? Il dubbio mi perseguita soprattutto nei mesi estivi. In quel periodo dell’anno mi ritrovo con i soliti problemi, in qualche sperduta località europea. Io mi affanno a chiedere spiegazioni sulla strada da seguire al malcapitato di turno. Preparo la domanda, mentalmente divento un perfetto gentleman anglosassone e il solito ragazzino, con aria sufficiente non solo ci offre la soluzione richiesta, ma anche notizie storiche, culturali e geografiche sul posto da lui individuato. Tutto in una lingua, non sua, che conosce perfettamente e che noi a stento riusciamo ad interpretare maccheronicamente. Ma il dubbio si scioglie definitivamente quando, ritornando alla macchina, mia moglie, con perfida noncuranza, mi chiede: «Hai capito?» Ed io con la solita sicumera: «Certo…». Così ci perdiamo per le strade della nostra amata Europa. Ma dopo il corso di inglese ho deciso di cambiare metodo: la mia seconda rete televisiva è la Bbc. Conosco tutti gli anchorman inglesi. E le trasmissioni. Le fasce scelte per gli spettacoli. Mi sono reso conto che gli inglesi sono avanti anni luce. Hanno grandi tradizioni. Hanno una regina. Ed hanno anche un principe. Carlo. Va bene, non tutte le ciambelle escono col buco. Parliamo d’altro. L’unica mia difficoltà è parlare in inglese. Ogni tanto ci provo. Per passare inosservati lo faccio con il mio cane. Ma è una bassottina. Tedesca. No. Non c’è grande dialogo. Così, quando arrivano gli stranieri al mio B&b è sempre una grande festa. Sono svizzeri, francesi e americani. Italo-americani. Ultimamente abbiamo ospitato una simpatica coppia di giovani fans della cantante Noah, in tournè ad Avellino. La più grande parlava anche italiano e l’altra conosceva solo l’inglese. E’ stato un approccio difficile. Mia moglie non ha perso l’occasione per rilanciare la sfida linguistica, parlando in francese con Celine. Non per infierire, ma dopo circa trenta minuti, e solo alla terza frase di circostanza, l’ho vista alzarsi disperata e cercare il vocabolario. E Celine ha abdicato, preferendo l’italiano. Nel frattempo, l’amica, completamente muta fino a quel momento, cercava interlocutori. E la vendetta di Patrizia, si è consumata in un batter d’occhio, «Mio marito conosce l’inglese…». Noooo. E Pauline, il nome dell’altra ospite, ha attaccato bottone, raccontando in poco più di tre minuti tutta la sua vita. Era un fiume in piena. Perché adorava Noah, la cantante in tournè, chiedendomi che cosa ne pensavo… L’ho guardata a lungo. Balbettavo. Sudavo freddo. E non parlavo. Poi, ho guardato l’orologio. E con grande sicurezza: «I must go… I must go…». Ho mimato il gesto del più importate anchorman della Bbc quando chiude i collegamenti e con classe ho lasciato il divano di casa, luogo di convenevoli inutili, thè che diventano orribilmente freddi, e soprattutto dialoghi multilinguistici persi nel vuoto. Sì, conosco l’inglese. Ma non mi piace far sfoggio di certe qualità naturali… Nel B&b di mia madre a Napoli, ci sono cartellini in più lingue. Si avvisano gli ospiti di alcune regole elementari. Orario d’arrivo e di partenza, uso di alcune attrezzature, pagamenti ecc. ecc. Ma a parte gli avvisi, ci sono ospiti da tutto il mondo. Non ho mai compreso come riesca a parlare e farsi comprendere anche da americani e tedeschi. Mia madre ha una conoscenza scolastica del francese. Ma i dialoghi tra la signora Nunzia e gli amici d’oltralpe sono perle assolute. Ho assistito ad una discussione fenomenale con due studenti parigini d’origine araba. Abitano nelle Banlieue, la periferia di Parigi. Trascrivendo i dati del documento d’identità viene fuori l’identificazione territoriale in dipartimenti, secondo tradizione francese. Ma in alcune aree, come la periferia di Parigi, l’identificazione del dipartimento ti consente di risalire all’esatto indirizzo personale. Per farla breve, il dialogo con mia madre parte dai recenti incidenti parigini per finire ai disastri urbanistici degli architetti francesi. Mia madre è architetto. E la questione non poteva che solleticare la sua curiosità. Le periferie di Parigi sono la negazione della vivibilità. Un atto mostruoso moltiplicato per cento. Tutti casermoni uguali che rimettono in discussione il modello d’integrazione francese. Argomento tosto tra una signora che parla un francese incerto e due studenti consapevoli del problema. Ed invece è stata una discussione illuminante infarcita da termini napoletani assolutamente indecifrabili che diventavano improvvisamente chiari per i due parigini. La discussione si è conclusa con la stoccata finale di mia madre: «I tecnici francesi devono prendere lezioni dai nostri architetti…» e con calorosi saluti da parte dei due testimoni delle Banlieue parigine. A cosa serve conoscere una lingua? (5-continua)

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2 Responses to “I B&b e il manuale dell’ospite imperfetto/5”

  1. CR42Falco Says:

    E infatti. Già uno deve avere fra i piedi gente strana a casa propria.Anche parlarci mi sembra troppo! 

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