I viaggi inziano in tanti modi e quasi mai finsicono. Si continua a girare dentro le immagini che siamo riusciti a cattuare. Dentro la cornice di emozioni immagazzinate si ricomincia ogni giorno a ridisegnare i confini dentro i quali viviamo.
Sono partito per la Gran Canaria una settimana fa per “chiudere” un viaggio, iniziato sul web, con la segreta speranza di farne uno nuovo. In occasione e in preparazione del viaggio in Andalusia dell’anno scorso, pensai fosse buona idea conoscere un certo numero di persone residenti in Spagna. Conobbi casualmente una ragazza venezuelana che viveva in una Spagna, che più lontano non poteva essere dall’Andalusia. Ma tant’è. In otto mesi di frequentazione da rara a sempre più assidua, siamo diventati amici, confessori reciproci, sodali, teneri complici. Ora ci siamo conosciuti.
Sono così partito per l’isola di Gran Canaria. Vi dico subito che ero impreparato e con il pregiudizio di chi al mare, essendo nato e avendo avuto modo di non essersi fermato alla visita del solo Mediterraneo, abituato alla considerazione di quello come luogo di esibizione e consumo, guardava con sospetto all’arcipelago canario. Pochissime letture e forse anche il velo di una prova di consocenza personale che destava qualche ansia, impedivano di pormi con obiettività e trasporto dinnanzi a quello che stavo per andare a visitare.
Non ho visto tutto, ma molto sì, tanto quanto basta per dire che vale proprio la pena andare. E anche ritornarvi.
Il sud turistico è l’apoteosi del post-moderno. Mi sono sentito subito coinvolto e al tempo stesso respinto dalla freddezza di quest’ordine geometrico quasi senza punti di riferimento lungo le immense avenidas e coste di case basse a poi cosruzioni lunghe, larghe, immense, bricolage di stili diversi e accattivanti. Tutto pulito, piano e regolare.
Non si tratta di vere città quelle che avete di fronte. Sono vere e proprie “aree”, territori dai nomi improbabili quasi fossero semplici acquartieramenti: Maspalomas, Sonnenland, Playa del Ingles. Anche le mappe fornite dagli uffici turistici sono maggiormente a proprio agio più quando devono suddividere la località facendo riferimento ai centri commerciali, alle “piazze” che si formano al loro interno (Kasbah, Jumpy, ecc, ecc,) che non alle strade, o ai luoghi storici che in effetti sono praticamente assenti. L’architettura alberghiera, monumentale, sostituisce quella classica formata dalle chiese, dalle fortezze e dai palazzi signorili delle città europee. Il paesaggio è sorprendente e indefinito a metà tra paese dei balocchi e mix di stili e adattabilità. Alberghi che sembrano basiliche, altri con lagune artificiali interne, sono solo alcuni esempi di una media altissima di hotel a cinque stelle con abitabilità superiore alle cinquecento stanze. Alcuni di essi sono già stati riadattati a residences e mini appartamenti. Gran Canaria è un cantiere senza sosta. Nell’interno come lungo la costa pezzi di barrancos vengono aperti per infilarci dentro scatole colorate a forma di appartamento. Non sfugge a nessuno questo senso di “ordine” che dalle città di insediamento meno recente si trasferisce a quelle dai nomi più tradizionali: Mogan, Taurito, Puerto Rico, Arguineguin. Qui non mancano esempi di concupiscenza dell’orribile che si infila come un ladro nelle pieghe della natura, nonostante le palme che sono ovunque, abitanti onnipresenti che annunciano le oasi in mezzo ai barrancos dell’interno, tra piscine e ristoranti, come nelle gole a fondo valle.
Qui se volete spendete poco. Una cerveza al tavolo costa anche solo due euro, la benzina solo 0,80 centesimi al litro, il noleggio di un auto venti euro al giorno. A maggio e giugno la bassa stagione consente settimane a 350 euro a persona tutto compreso. Il pesce è buono, il caffè pessimo, ma qui l’unica acqua disponibile è in bottiglia o quella desalinificata. Si importa tutto. I camerieri vi inseguono per strada lungo Playa del Ingles perché voi dovete proprio mangiare in quel ristorante lì.
Sì, ci sono le dunas che circoscrivono il campo internazionale da golf di Maspalomas. Ma di campi da golf ce ne sono altri due.
E poi c’è Vistamar. E in effetti l’hotel sul mare non ha solo la vista ma anche qualcosa di più. Una foto esaustiva, chiara che lo mostri in tutta la sua schifezza su internet non la trovate. Ne ho scattata una a futura memoria.
Il paesaggio ha una costante ciclopica. I barrancos intatti dell’interno giungono anche fino al mare. Di alcune aree tra le indicazioni che trovate, spicca quella sulla poblacion, descritta come ninguna. Qui le popolazioni aborigene dei guanche hanno trovato rifugio scavando le cuevas in questi corpi residui di colate laviche formatesi nell’arco di 16 milioni di anni, resistenti e indicate oggi a scalatori e camminatori, mai abbandonate neanche nelle epoche successive alla conquista dei re cattolici della fine del 400. Anche oggi si passeggia tranquillamente nei sentieri de Las cuevas del Guanche, tra numeri civici, antenne, forni, ovili e maiali all’ingrasso.
Tutto sembra in salita appena ci si stacca dalle spiagge di lava e sale della costa. Si passa dalla “luna” al verde intenso dei quasi duemila metri del Pico de la Nieve, avvolto dalle nubi, a un passo da te. Di fronte il Roque Nublo, il Roque Bantaiga e sullo sfondo il vulcano di Tenerife, il Monte Teide.
Le spiagge sono ancora belle, il mare freddo ospita folle di surfisti scatenati al Nord come al Sud. Ma Las Palmas, su al Nord, è un’ altra città, più normale, europea, commerciale, non solo turistica.
Mi manca di descrivervi la parte archeologica. La visisterò ad agosto, insieme con l’isola di Tenerife. Mancano anche altre cose, quelle che non appartengono al regno della parola, incomunicabili ma essenziali a continuare il nostro viaggio ogni giorno.
Hasta luogo.
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