Il luogo che alla fine ho trovato era un grande studio all’angolo, al quarto piano di un palazzo del XVII secolo, vicino alla Galleria Umberto .
Il soffitto era alto quasi venti piedi e le finestre erano abbastanza alte da permettere la vista del cielo; per gran parte della giornata i raggi del sole si riflettevano sul pavimento.
La proprietaria, un architetto quasi in pensione, viveva dall’altra parte del corridoio. Mi disse che l’edificio aveva fatto parte, un tempo, del quartier generale della guarnigione spagnola e il mio studio era stato ricavato da una divisione di un precedente salone per i ricevimenti.
Io le credetti. Non avevo difficoltà ad immaginarmi ufficiali baffuti che gironzolavano con pantaloni abbondanti, un po’ alticci, pronti a cantare una canzone.
La mia camera, virtualmente non aveva riscaldamento, la grandezza glaciale mi raffreddava le ossa, tuttavia quando attraversavo il corridoio che portava alla camera della proprietaria, capivo che era ancora più fredda della mia.
Per niente turbata dal freddo era piuttosto preoccupata dal fatto che alcuni artigiani, sospettava, stavano ampliando una galleria sotto la casa, danneggiandone, forse, le fondamenta.
Usciva spesso di casa e indossava un cappellino e nei fine settimana, la sera, sedeva al caffè Gambrinus, a quello che chiamava il tavolo dei vecchi (lo scrittore ripete la frase in italiano: il tavolo dei vecchi).
Si definiva un lupo solitario, ma aveva due figli ad Avellino, una cittadina a est di Napoli, tanto danneggiata da un recente terremoto e ogni volte che uno di loro veniva a farle visita arrossiva e gli occhi le brillavano.
Il palazzo racchiudeva un cortile con una tipica scalinata napoletana all’aperto che assomigliava a delle logge.
Spesso chiusa dalla balaustra di una di queste legge, una patriarca, in camicione, o con una camicetta sbottonata ricordava ad alta voce a qualcuno che stava uscendo, di spedire una lettera o di passare dalla nonna.
L’altrimenti aristocratico palazzo, era attraversato da circa una dozzina di fili per stendere la biancheria; sventolavano lì: lenzuole e federe, camicie da notte, biancheria intima.
A volte entrando dall’arco principale mi dovevo arrestare davanti ad una lunga cascata di biancheria che pendeva dall’alto circondata da una luce argentata celestiale.
A poco a poco, ma mano che il clima diventava più caldo, io apprezzavo sempre di più il mio studio. Mi piaceva perché c’era molta aria e molta luce con la vista strana, curiosa di un vivace incrocio di stradine, in cui degli uomini spingevano carretti con frutti di mare e minuscoli ortaggi saporiti.
Dal mio balconcino all’angolo, potevo osservare le altre finestre simili alle mie due, ciascuna delle quali aveva una base di marmo grigio e il balcone di ferro battuto. Alcune finestre erano sempre stranamente chiuse, ma la maggior parte era coperta da grucce per la biancheria sistemate in base alla misura: papà orso, mamma orso, piccolo orso.
Riuscivo quasi ad intuire la composizione della famiglia che viveva all’interno.
E da alcuni balconi spuntavano piante speciali.
Nei pomeriggi durante la siesta del dopo pranzo, le ombre si delineavano sulle pareti, sui balconi, sulle piante e sulla fila di biancheria che asciugava.
Poi, la luce del sole delineava in modo così definito le finestre, che le scene che esse incorniciavano - la casalinga che puliva, la vecchietta che guardava una parata militare alla televisione, il bambino seduto sul vasino - sembravano svolgersi proprio al di fuori della mia stanza.
Napoli, solitamente così rumorosa, diveniva quieta a quest’ora e mentre la luce svaniva sentivo donne cantare a se stesse o passava una banda, con trombe che celebravano l’osanna alla Vergine, e poi, rapidamente, tornava il silenzio.
Con l’avvicinarsi della notte sentivo le sirene delle navi del porto e voci materne che dai balconi chiamavano i bambini nelle strade.
La mia padrona di casa, il cui nome era Nunzia Perna, aveva il viso tondo e portava gli occhiali appesi ad una catenella.
Le sopracciglia formavano delle arcate alte, nobili (patrizie) sugli occhi sempre pronti alla conversazione.
Ogni qualvolta indossava gli occhiali, mettendomi a fuoco, le labbra si separavano per cominciare a parlare ed un sorriso allargava gli angoli della bocca.
Ma era leggermente dura d’orecchio, e ogni tanto alzava il volume del televisore per ascoltare il notiziario o le previsioni del tempo.
A volte ci incontravamo per caso nello spazioso corridoio che separava le nostre stanze.
Poi, rivolgendomi a lei, con il suo titolo, architetto, come era giusto, le facevo le tipiche domande di un inquilino.
Architetto, può consigliarmi un fruttivendolo?
Architetto, dove posso portare la biancheria?
Architetto, cosa dovevo fare con la spazzatura?
E anche lei aveva domande per me.
Un pomeriggio con l’aspetto vagamente stanco disse: signore sente scavare o qualcosa del genere?
Forse con un martello pneumatico.
Rispondo: «Credo che sia al piano inferiore», dissi.
Stanno facendo dei lavori al piano terra.
Lei risponde: «Non è sottoterra?»
«Forse, potrebbe essere».
Lei: «Spero che sappiano quello che fanno…»….
…Una volta uscì e un uomo provò ad afferrarla per la gola. Terrorizzata lo scambiò per uno strangolatore. Forse era un tossicodipendente e per salvarsi lo colpì con un righello da architetto che aveva con se.
In realtà egli mirava alla catenina d’oro; fortunatamente il righello era di ferro.
«Gli ho inferto delle grandi sciabolate», mi disse. Sogghignando maliziosamente e colpendo l’aria con la mano. Ma cadde sotto la forza del braccio dello scippatore e mentre lei cadeva le saracinesche dei negozi si abbassarono insieme a lei. (nota di brugue: l’episodio accadde qualche anno fa, mia madre era un po’ più giovane e quindi agile).
Egli andò via con un balzo da lei, con aria ostile, senza la catenina. E mentre lei si rialzava, anche le saracinesche si alzarono e i negozianti si precipitarono ad aiutarla.
Nessuno aveva visto niente, ma fissarono con orrore il segno che aveva lasciato sul collo la catenina. Le consigliarono di appendere un ex voto alla Vergine….
da Falling palace, di Dan Hofstadter. Il B&B Catoledo
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March 31st, 2006 at 9:05 pm
Bellissimo!