I greci adoravano Agathé Thea (l’antica Iside e la Bona Dea latina) nume della fertilità il cui culto era sentito soprattutto in Trinacria; e a Catania in questi giorni si festeggerà la santa autoctona Agata. Giovanissima indossò il “flammeum”, velo rosso delle vergini consacrate a Cristo; ma Quinziano, proconsole locale, s’invaghì di lei e per svezzarla la rinchiuse in un lupanare, dove restò pura. Allora la torturò slogandole membra, lacerandola con pettini di ferro roventi, facendola camminare su vetri taglienti e carboni ardenti, strappandole i seni con grandi tenaglie (nell’iconografia mostra le tettine mozzate in un piattino, come sua cugina Lucia vi tiene gli occhi): infine la schiaffò in una fornace. L’Etna
però decise d’eruttare proprio in quel momento; mentre il terremoto
scuoteva la città, Agata agonizzante venne riportata nella sua cella,
dove morì il 5 febbraio del 250 dC. I catanesi considerano “ ’a Santuzza” protettrice invincibile; per 3 giorni le dedicano una festa talmente solenne e affascinante nel folklore che l’Unesco l’ha dichiarata Patrimonio dell’Umanità. I fedeli ardenti detti “Cittadini” indossano il “sacco”, caratteristico camice bianco, e in centinaia trascinano lentissimamente con funi per le strade il pesantissimo “ferculo”, macchina che sorregge il busto d’argento ingioiellatissimo della Santa mentre la folla agita migliaia di fazzoletti bianchi urlando ininterrottamente: “Cittadini ‘ccu vera fidi: Viva Sant’Ajta!”.
Davanti al ferculo sfilano le “Cannalora” (o Candelora) di undici corporazioni di mestieri; sono enormi, fantastici candelabri definiti “il barocco in movimento”,
trionfo incredibile di statue, ricci, decorazioni, ori. Il primo è
quello del Vescovo; segue quello dei Rinoti (abitanti di San Giuseppe
la Rena); poi gli Ortofloricultori, Pescivendoli, Fruttivendoli,
Macellai, Pastai, Pizzicagnoli, Panettieri (il più grande, retto sulle
spalle da 12 uomini anziché 10 o 8), Vinaioli e infine quello del
Circolo Cittadino Sant’Agata. Passando davanti alle botteghe o ai mercati dei “confratelli”, ogni cero compie “ ‘a ballata”: un movimento sempre uguale, ritmico, ipnotizzante, una danza in rigraziamento e saluto compiuto in mezzo al pandemonio delle grida, dei canti, delle litanie mentre la campana della Cattedrale suona incessantemente in onore d’ ‘a Santuzza, protettrice anche di tutte le campane (che han la forma di mammelle), mentre alle grida di “Viva Sant’Ajta!” si univano un tempo quelle dei “nuccidara”, venditori di nocciole e mandorle: “Picciotti, haiu nuciddi!”, e almeno una manciata doveva essere nelle tasche dei fedeli, come talismano. E in quei giorni pasticcerie e famiglie si scatenano a preparare i curiosi dolci tradizionali in pasta reale; le Olivette e le Minne di Sant’Agata. Le prime sono olive verdi e nere, che ricordano l’ulivo miracoloso che nacque nel punto in cui la Santuzza si chinò per allacciarsi un calzare subito prima d’esser processata.
Le seconde sono semisferiche e bianche: al posto del capezzolo, una rossa ciliegina.
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January 31st, 2006 at 7:52 pm
Ma chi dici? Ma quando? Ma dove?