La regione spagnola della Catalogna (guai a parlare ad un catalano in questi termini, loro sono LA Catalunya e nient’altro) ed in particolare l’entroterra collinare attorno alla cittadina di El Pla de Santa Maria, provincia di Tarragona, è brullo abbastanza da ricordare in
modo impressionante l’altopiano pugliese delle Murge. Vegetazione, clima moderatamente arido, terra e pietre, mandorli e olivi: ma quello che attira davvero l’attenzione sono le costruzioni che lì si possono incontrare. Sono sentieri, muretti, piccole cisterne e ricoveri per attrezzi, tutti costruiti con la tecnica della pietra a secco, senza leganti cementizi, semplicemente accatastati con sapienza millenaria. Ora, il parallelo si fà intrigante perchè di queste costruzioni la Murgia pugliese, nel territorio compreso entro il triangolo Alberobello-Martina-Cisternino, ne è costellata ed hanno un nome: i trulli. Sono pietre che raccontano, pietre che si raccontano, come quelle del Partenone o quelle di Matera, che raccontano di un’architettura “povera” fatta di tenace lavoro dei campi, solleoni spaccapietre e di piogge poco generose per le quali ci si ingegnava a viverci comunque, in modeste dimore e raccogliendo quel poco d’acqua che il cielo poteva offrire.
Goccia dopo goccia, canalizzando tutto nelle preziose cisterne, in Puglia come in Catalogna, figli dello stesso Mediterraneo. Un percorso guidato dalle quelle parti, permette di apprezzare queste singolari similitudini. Un’altra cosa mi ha sorpreso non poco: osservando i maestri spagnoli della pietra nel loro lavoro di costruzione di un terrazzamento o “marges”, mi ha colpito il suono del concio rotto con un sol colpo netto. Identico. Come quello della chianca percossa dal maestro trullaro pugliese, impegnato nella costruzione della sua “casedda”. Suoni di pietra.
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