Arezzo, una gita fuori porta.

Appunti di viaggio
di CR42Falco Add comments

Arezzo___mercatino.jpgStavolta non vi romperò le scatole con la moto e il viaggiare in moto e quanto sono figo sulla moto. Ad Arezzo ci sono andato in macchina, visto il tempo abominevole: Ford Escort SW 1800TD classe 1995, Km 260.000, la perfetta macchina del motociclista (se a qualcuno interessa la vendo!). Ora non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di mettermi a scrivere sulle bellezze aretine, perché diventerebbe un elenco telefonico. Noi ci siamo andati per vedere il mercatino dell’antiquariato che si svolge ogni primo fine-settimana del mese nel centro storico della città, tra il Borgomastro, Piazza Grande, Piazza del Duomo e le stradine limitrofe. Arezzo è già ricca di negozi di antiquariato e di oggetti d’arte. Tutti sanno della tradizione orafa della città. Ma le bancarelle, specie con il freddo autunnale e l’aria già natalizia di questi giorni, diventano un’ottima occasione per passeggiare fra le vie e piluccare con lo sguardo tra oggetti antichi e modernariato, paccottiglia e vere chicche, come in ogni mercatino che si rispetti. Alla fine non ho comprato granché, ma mi sono piaciute tantissimo una scacchiera cinese con i pezzi in avorio, piccole opere d’arte ognuna diversa dall’altra, e una calcolatrice meccanica.
Macchina_calcolatrice.jpg Funzionava perfettamente e la signora che la vendeva mi ha raccontato che qualche settimana prima un anziano ragioniere in pensione gliene aveva comprata un’altra uguale, perché in ufficio ci aveva lavorato per così tanti anni che, tutto felice, se la sarebbe sistemata sulla scrivania di casa per rimirarsela. Una volta si costruivano delle vere meraviglie e posso capire il ragioniere, perché c’è qualcosa di affascinante in alcuni oggetti, che travalica la fredda logica degli ingranaggi metallici. E’ la sensazione di trovarsi di fronte ad un prodotto dell’ingegno umano. Ad Arezzo c’è una storia che ha a che fare con l’ingegno umano, con la matematica e con la leggenda. La leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca.

Piero della Francesca nacque a Sansepolcro da un umile conciatore, ma aveva mostrato di possedere un vero talento per il disegno e la matematica. Grazie al clima culturale particolarmente favorevole della Toscana di quegli anni, potè studiare e raffinare le sue qualità, diventando uno straordinario pittore ed un discreto matematico, fra i principali divulgatori del suo tempo della geometria euclidea.

La matematica e l’arte si sposarono benissimo, perché con Piero della Francesca il concetto di prospettiva, esplorato in maniera sistematica per la prima volta da Filippo Brunelleschi, fiorentino, si arricchì di regole matematiche rigorose, raccolte poi nel trattato De prospectiva pingendi. La leggenda della Vera Croce è la sequenza di affreschi che ornano il coro principale della chiesa di S. Francesco. Piero della Francesca descrive la storia del legno sul quale Cristo fu crocifisso. La leggenda, tramandata dal domenicano Jacopo da Varagine, è
Vera_croce_Gerusalemme.jpg un viaggio attraverso i secoli, dalla tomba di Adamo, dove un albero germoglia dai semi della pianta del peccato, alla Gerusalemme di Re Salomone, dal quale il legno di quest’albero viene fatto seppellire a causa della premonizione della Regina di Saba, che ne avverte il nefasto destino. Il legno ritorna alla luce e diventa il patibolo di Gesù. Poi viene nuovamente seppellito in un luogo nascosto. E’ di nuovo a Gerusalemme -che Piero della Francesca rappresenta nelle fattezze della sua Arezzo- che la croce torna alla luce dopo essere stata disseppellita da Sant’Elena. Sono passati quasi trecento anni dalla morte di Cristo. Siamo a  Roma, nel bel mezzo della Battaglia di Ponte Milvio, dove Costantino sconfigge le truppe di Massenzio dopo aver sognato la Croce (creando le premesse per l’ascesa inarrestabile della religione cristiana). L’Augusta Elena, madre e -si dice- vera ispiratrice della fede dell’Imperatore, decide di ringraziare Dio di questa vittoria recandosi a Gerusalemme per cercare la Croce di Gesù (non dopo aver fatto torturare un ebreo di nome Giuda che ne conosceva il nascondiglio). La Croce viene portata in trionfo e diventa oggetto di adorazione (e fonte inesauribile  di reliquie che avrebbero invaso le chiese di tutta Europa. A Santa Croce in Gerusalemme (placemark di Google Earth), in Roma, sarebbe conservato uno dei chiodi originali). La storia della reliquia continua ancora con un altro rocambolesco passaggio di mano, ma sono certo che la vostra curiosità vi spingerà a cercarne il seguito.

La Chiesa di San Francesco, dove gli affreschi adornano il coro principale, è un edificio semplice e austero, realizzato con la pietra arenaria del luogo. All’interno una sola navata, fiancheggiata da cori laterali. L’atmosfera silenziosa, la luce che giunge dalle vetrate, i colori degli affreschi sopravvissuti al tempo e all’incuria dell’uomo, invitano alla meditazione ed al rispetto anche il non credente. Nell’ ‘800 era stata sconsacrata e adibita a caserma. Oggi si celebra nuovamente. Per visitarla dovrete aspettare che termini la messa e acquistare un biglietto presso la Soprintendenza dei Beni culturali, a Piazza S. Francesco 4. Prenotate, perché la visita è guidata e a numero chiuso (25 persone al massimo ogni mezz’ora).

Aggirandomi al suo interno pensavo alla grandezza di quei tempi, al fervore culturale, religioso, filosofico, economico, artistico, che faceva di gran parte della Penisola il vero centro dell’Europa. Non esistevano il motore a scoppio e l’energia elettrica. Si moriva a cinquant’anni e la medicina era agli albori. Una ferita da taglio poteva essere fatale e il parto causava spesso la morte di una donna per emorragia, setticemia o altre diavolerie. Era allo stesso tempo un’epoca di conflitti acerrimi e di scannamenti fra città e città, ma l’Italia era il vero motore del progresso artistico, culturale e tecnologico. Pensavo a quanta bellezza, testimonianza di quelli ed anche di altri tempi, è custodita nel nostro Paese. E a quanto poco facciamo per meritarci questa eredità. Prima di darmi del nostalgico provate ad entrare in una delle nostre chiese, in una delle nostre antiche università, in uno qualsiasi dei palazzi signorili che sopravvivono nelle nostre città, in uno dei nostri musei.

Piero della Francesca morì il 12 ottobre 1492. Il giorno stesso, Cristoforo Colombo, genovese, sbarcava nelle Indie, aprendo la rotta per un nuovo mondo.


Abbiamo mangiato il primo giorno in un’enoteca sul lato destro del Duomo.
Duomo_Arezzo.jpgSi chiama L’ocanda” (via Ricasoli 36, tel. 0575/351183) e ha pure un blog, anche se non è aggiornato da un mese. L’ambiente è molto raccolto, una decina di tavolini, e riscaldato dalla presenza di scaffali di bottiglie (ottime) e di libri (c’è l’intera collezione di Clive Cussler, però il vino è buono ed il cibo pure, ve l’assicuro). Per 20 € a persona abbiamo gustato la zuppa di farro in brodo di fagioli, laminestra di pane (buonissima) i crostini toscani, un bel vassoio di salumi e formaggi locali e il dolce. Bevuto un Chianti riserva Rapozzo da Maiano. Non lasciatevi spaventare dal nome: è un sangiovese di Arezzo decisamente buono ad un prezzo onesto (la bottiglia va dai 10 ai 15 €).

La sera ci siamo allungati fino al borgo di Anghiari (è uno dei dieci borghi più caratteristici d’Italia, andate a vederlo!), verso Sansepolcro, per andare a mangiare alla “Locanda del Castello di Sorci”, che ci avevano segnalato. Il ristorante fa un menu fisso per circa 20€. Si mangiano crostini, salumi, polenta al sugo, tagliatelle, carne arrosto. Sui menu la triste storia di Baldaccio di Anghiari e del suo fantasma che si aggirerebbe ancora per il castello. Alle pareti le foto di personaggi dello spettacolo che hanno segnato la storia d’Italia (da Al Bano pre-Lecciso a Beningni, ad Arbore, Galeazzi, fino ad arrivare a Mascia del Grande Fratello). Sarà stata la spanciata del pranzo, ma non ci è sembrato straordinario. Cordialissimi i gestori, bello il locale, bellissimo il torchio da uva quattrocentesco che fa bella mostra di sé nel giardino. Però. Si mangia bene, ma non è imperdibile, insomma!

Il secondo giorno abbiamo provato un’altra enoteca:”Bacco e Arianna”(Via Cesalpino 10, tel. 0575/299598), proprio a due passi dalla Chiesa di S. Francesco. Anche qui un ambiente molto accogliente, con pochi tavolini, e un menu di tutto rispetto: la fett’unta con cavolo nero e olio “novo”, i crostoni (vi consiglio quello con i fagioli cannellini), la minestra di farro, la ribollita (davvero buona) i pici all’aglione con briciole, il fegato all’aretina, lo stracotto al chianti. Insomma buona cucina locale di una volta. Ottimo l’assortimento dei vini. A parere di tutta la combriccola, straordinaria la torta all’arancio e cioccolata fondente. 20 – 25 € a persona

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7 Responses to “Arezzo, una gita fuori porta.”

  1. mstec005 Says:

    Insomma caro Maestro,un’oretta al mercatino,un altro paio in giro per pinacoteche e chiese e….tutto il resto del fine settimana a "riempirti la panza" !!…bravo bravo…e poi vieni in ufficio a fare l’ossessionato dalla dieta!!

  2. Anonymous Says:

    E’ proprio verofa la dieta solo a chiacchiere.

  3. CR42Falco Says:

    Credo di sapere chi sia l’anonymus…da che pulpito!!!

  4. Anonymous Says:

    Un commento un po’ meno lusinghiero va fatto sull’albergo nel quale siamo capitati. Situato in località Badia Al Pino, non riferiamo il nome per riservatezza nei confronti degli ospiti. Un solo dettaglio …. diciamo che nella ristrutturazione (perché in effetti era tutto ordinatino e pulito) hanno fatto economia nei materiali dei muri divisori. Leggende metropolitane riferiscono che durante la notte si siano sentiti gemiti e urla ……….. forse il fantasma del "Castello di Sorci" che aveva sbagliato dimora?

  5. Administrator Says:

    urca!

  6. CR42Falco Says:

    Anonymus…adesso hai fatto un bel casino! Chissà cosa crederanno tutti.
    Erano quelli della stanza affianco!

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