A passo lento in Val d’Orcia.

Appunti di viaggio
di viaggioadagio.it (BloGuida per viaggiatori indipendenti) Add comments

La Val d’Orcia, in primavera, è un mare di verde e di ocra. Le sue strade lisce, le sue strade bianche, il vento leggero, i primi fiori che sbocciano sui peschi e sui ciliegi, quasi stordiscono il viandante.

Ci arrivi dalla via Cassia, che costeggia in successione i laghi di Bracciano, di Vico e di Bolsena.

Viene voglia di fermarsi in ognuno dei piccoli borghi che, a partire da Roma, la punteggiano: Sacrofano, Campagnano, Trevignano. Bastano piccole deviazioni. E poi Sutri, Vetralla, e poi Viterbo. Montefiascone, Bolsena e Acquapendente.

Entri in Toscana e ti accoglie Radicofani, con la sua rocca e la torre di guardia che oggi serve ad avvistare gli incendi fino alla vetta dell’Amiata.

E infine San Quirico d’Orcia e poi Pienza, dove siamo diretti.

Mentre la strada scorre pensi che non ti basterà il tempo -maledetto tempo- per vedere tutto ciò che si nasconde all’interno delle mura medioevali costruite intorno ai villaggi.

Su ogni collina c’è un casale in pietra, una strada bianca limitata da file altissime di cipressi. Molti sono diventati agriturismi. Molti sono in mano a furbi o fortunati acquirenti stranieri, che ne avevano riconosciuto la bellezza già venti o trenta anni fa.

Quello che ti colpisce è l’immobilità del paesaggio. Come se tu fossi l’unico personaggio in movimento sulla superficie di una tela.

Uscendo da una città caotica e rumorosa l’effetto è quasi di disorientamento. E’ a quel punto che comprendi che la lotta contro il tempo è stupida. Vincerà lui. Comprendi che hai bisogno di riempire le ore a poco a poco, senza desiderare tutto.

Ci fermiamo in un agriturismo1 ricavato all’interno di un vecchio podere, dove ci accoglie il sorriso di una signora spiccia e gentile. Ci chiede di attenderla intanto che stende i panni.

All’interno del podere c’è un salone enorme, con un grande camino in rame ed un bel tavolone di legno, intorno al quale Giovanna ci fa sedere e ci offre un dolce fatto in casa e dei cantucci col vin santo. Facciamo il giro delle stanze e ci accomodiamo. E’ casa loro e si vede da ogni particolare.

Bagno Vignoni2 è a due passi, con la sua bella vasca al centro del paese. Purtroppo è ormai soltanto una stupenda scenografia, ché la piscina calda è all’interno di un hotel. Qualcuno mi dice -non so se sia vero- che l’acqua debbano contribuire a riscaldarla artificialmente.

Facciamo una breve sosta nel borgo, gironzolando per i negozi affollati di turisti stranieri. Nel parcheggio antistante l’accesso al centro storico sono parcheggiate decine di motociclette.

Prima che il posto diventi troppo affollato ci concediamo una passeggiata intorno alle vecchie terme e abbandoniamo Bagno Vignoni per seguire il suggerimento di Giovanna, verso Bagni San Filippo3, indietro sulla Cassia. Lì c’è un altro stabilimento, ancora chiuso. Ma appena entrati nel paesino si sente l’odore di zolfo. Prendiamo un sentiero sulla destra, indicato dal cartello “Fosso bianco”.

Attraversiamo un ponticello di legno sul torrente, che disegna una successione di vasche naturali dal verde smeraldo all’azzurro. Le rane saltano al nostro passaggio.
San_Filippo.jpgDopo un centinaio di metri in mezzo al bosco, alla nostra sinistra s’innalza una scultura bianca che la sorgente calda di acqua sulfurea ha sedimentato immettendosi nel torrente di acqua fredda. Con semplici cancelli di legno, ormai cristallizzato dal calcare, sono state ricavate delle vasche. Cinque o sei bagnanti sono tutta la folla presente.

Lasciamo i vestiti sul bordo del torrente e ci arrampichiamo, per goderci un paio d’ore di riposo assoluto. Solo il vento, il rumore dell’acqua, il vapore e quattro chiacchiere a far da cornice ai pensieri che si sciolgono.

Torniamo con la pelle ed i capelli incrostati di calcare, nel tardo pomeriggio.

Dopo una rapida doccia ci rimettiamo in marcia per un aperitivo a Pienza (sito patrimonio dell’UNESCO), dove rimangono i segni della città ideale voluta da Enea Silvio Piccolomini e disegnata dal Rossellino (che nascose fino all’ultimo i costi esorbitanti per la realizzazione delle sue opere).

Indugiamo nella Cattedrale dell’Assunta4, dove le vetrate lasciano penetrare la luce dell’ultimo sole della giornata.

Non manca una nota stonata, quando andiamo a pagare il conto in una vineria dove la scorbutica proprietaria ci mette un mezzo bicchiere di Rosso di Montalcino a 4,5 € e tenta anche di non emettere la ricevuta fiscale. Discutiamo sulla scorrettezza di quei commercianti che si affidano sul passaggio, sul “tanto qui ci capiti una volta sola e io ti frego“. Avremmo dovuto insospettirci dal nome della vineria, che richiama a leggende medioevali d’oltremanica, niente a che vedere con Pienza.

A cena ci attende tutta la famiglia.

Totò, il più vecchio, riposa teneramente accanto al caminetto, con un plaid addosso. Ci sono Elena e Costantino, che danno una mano ai proprietari per tenere l’agriturismo pulito e ordinato. C’è Costantino II, che ha dodici anni e parla forbito. Sveglio, allegro, ci tormentiamo a vicenda per tutta la serata. Mi dice con saggezza che ancora non lo sa quello che vuole fare da grande. Sono pensieri che gli fanno venire il mal di testa. Per ora va a scuola, aiuta la mamma in campagna e gioca a pallone. Fa il portiere. E c’è Antonio, il marito di Giovanna. E’ originario delle Marche e ha conservato il suo accento. Confessa che gli mancano le bestie, ma le stalle sono troppo vicine al podere perché i clienti non ne sentano l’odore, così ha dovuto rinunciarvi.

Fra una portata e l’altra si parla di politica, si commentano le notizie del telegiornale, ci si racconta qualche dettaglio in più su di noi. Si sta a tavola tutti insieme e l’atmosfera è così bella che abbiamo l’impressione di essere anche noi gente di famiglia o vecchi amici, non dei semplici clienti di passaggio.

Giovanna ed Elena fanno la spola dalla cucina al salone. Di lavoro qui ce n’è tanto, ma la cucina è genuina e squisita. Ad un certo punto Totò ha sonno. Mi colpisce la delicatezza con la quale Costantino lo solleva dalla poltrona e lo porta in camera sua. Si finisce di chiacchierare dopo la mezzanotte, stanchi, anche se ne avremmo ancora voglia. Giovanna ci dice di prendercela comoda per la colazione. E’ domenica e la domenica è fatta per alzarsi un po’ più tardi.

Ci ritroviamo di nuovo tutti insieme davanti allo stesso tavolo, affamati. La giornata è splendida. Ci attardiamo ancora un po’ a chiacchierare. Poi ci salutiamo.

Andiamo via soddisfatti di tanta ospitalità e con un paio di bottiglie di vino di Antonio, così, tanto per augurarci buon viaggio.

Ci allunghiamo a Siena, percorrendo sempre la Cassia. Solo una breve sosta, tra le viuzze affollate di turisti, per gustarci un po’ di sole sdraiati in Piazza del Campo. La promessa di un ritorno. Magari quando sarà terminato il restauro della facciata del Duomo, coperta dalle impalcature e da una riproduzione a grandezza naturale che ci lascia delusi.

Ci rimettiamo in viaggio per Roma, dopo una breve deviazione a Montalcino. Le botteghe del vino sono aperte e c’è soltanto l’imbarazzo della scelta. Ma sappiamo bene che sono appannaggio dei turisti. Per comprare bene bisogna andare direttamente nelle aziende vinicole, disseminate intorno al borgo. Molte di esse valgono da sole una visita.

Ci fermiamo in un bar del centro, nascosto all’interno di un grazioso chiostro. Gli anziani del paese sono tutti riuniti qui, intorno ai tavolini verdi, per la partita di tressette o di briscola. Penso al fatto che si conoscono fin da quando erano ragazzi. Penso all’inverno. E al fatto che per fumare bisogna uscire dal locale.

Due giorni sono pochi per visitare la Val d’Orcia. Ogni angolo merita uno sguardo. Ma il segreto è nella sua essenza. Un paesaggio che ancora sconfigge il tempo.


1. Agriturismo “Le Checche”;

2. Bagno Vignoni (Placemark di Google Earth);

3. Bagni S. Filippo (Placemark di Google Earth);

4. Cattedrale dell’Assunta (Pienza).

 

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