«Hammerfest in inverno è a trenta ore di pullman da Oslo, ma il motivo che spinge qualcuno ad andarci merita una certa considerazione. Si trova in capo al mondo, è la città più a nord d’Europa, dista da Londra quanto Londra da Tunisi, ed è patria di inverni rigidi e cupi dove a novembre il sole si inabissa nell’Oceano Artico per rifarsi vivo dopo dieci settimane. Volevo vedere l’Aurora Boreale. Inoltre nutrivo da tempo un mezzo desiderio di scoprire come fosse la vita in un luogo tanto remoto e inaccessibile. A casa, in Inghilterra, seduto in compagnia di un bicchiere di Whisky e di alcune cartine, mi era sembrata un’idea formidabile. Ora, invece, mentre sul finire di dicembre mi muovevo cauto nel nevischio di Oslo, cominciavo ad avere qualche dubbio…”.
«Buongiorno»… Il saluto del portiere mi riporta alla realtà. Non mi ero accorto di aver raggiunto la sede della redazione, leggendo il libro. Come un automa. Il breve tratto di strada dalla libreria Guida al “giornale” era stato divorato dalla prime pagine del testo di Bill Bryson «Una città o l’altra» che ho acquistato dopo la piacevole lettura di «Notizie da un’isoletta» dello stesso autore. Dopo il tuffo nel mondo anglosassone, il giornalista statunitense, mi riporta con un bel viaggio nelle principali città europee. E si parte dal nord. Chiudo gli occhi e mi ritrovo in un trenino norvegese. Era una estate di qualche anno fa. Armati di interrail, zaino e sacco a pelo. Sulla linea Oslo - Bergen, una piccola cittadina di pescatori. In compagnia di tre amici alla conquista del grande nord. Una notte fredda come gli scompartimenti destinati ai viaggiatori di seconda classe. In compenso le carrozze erano semivuote. Almeno non si dormiva con il sacco a pelo nei corridoi. Nella capitale norvegese ci restammo otto giorni. Non tanto per le bellezze del posto, ma per la solita fuga di cuori di qualche compagno di viaggio. Poi, l’improvvisa decisione: si parte. E la nostra meta era Bergen. Una tappa di passaggio per Capo Nord. L’idea era quella di attraversare la Norvegia da sud a nord. Errore madornale. La linea per Bergen era “cieca”. Non portava in altri posti. Ma non lo sapevamo. Così in un viaggio di andata e ritorno riuscimmo ad accumulare qualcosa come 1200 chilometri di strada ferrata. Ma i paesaggi erano meravigliosi. Attraversammo ghiacciai e nella nebbia comparvero fiordi d’incanto. Di Bergen ricordo solo le belle facciate colorate dei palazzi del porto e la chiesa. Una frettolosa colazione a base di aringhe affumicate e un panino ai gamberetti delizioso. Ma anche una piacevole chiacchierata con dei pescatori del posto. Il mio inglese scolastico non era perfetto, ma almeno comprendevo il possibile e reggevo per qualche minuto la conversazione. Colpivano i capelli biondi e gli occhi chiari dei nordici e soffrivi di vertigini cercando di raggiungerli alle loro altezze. Quasi sempre sul metro e novanta. Bergen fu una toccata e fuga con grande disappunto mio e della comitiva. Si doveva tornare ad Oslo per riprendere il viaggio a Nord. La linea ferroviaria s’interrompeva su quel fiordo. (1-continua)
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June 1st, 2006 at 7:01 pm
Ero venuta a controllare se poi ce lo avevi messo questo post su Viaggio adagio. Bravo!
June 2nd, 2006 at 9:33 am
Brù è un po’ pigro. Bisogna sollecitarlo ogni tanto, ma quando si decide……e a proposito di pigri…quelle belle foto e la faccenda dell’Inghilterra a primavera?Che dici Chiara?:-)
June 2nd, 2006 at 2:54 pm
Io pigro? Peggio per voi… adesso mi sopporterete per almeno dieci puntate…
June 2nd, 2006 at 7:24 pm
Ragà, Bruno non è pigro. Ditegli che dieci puntate sono poche. Ha in mano la mia richiesta di ferie, peppiacere!