Bradford è un piccolo areoporto. Piccolo ma internazionale. O forse sembra piccolo perché è ordinato, disciplinato, silenzioso. Tutto è ordinato e silenzioso nello Yorkshire. Arrivare da Fiumicino, dove si è lasciata l’auto in doppia, tripla, anche quadrupla fila, dove si è fatto a pugni al check in, dove si tiene stretto il bagaglio, dove un ritardo tira l’altro, e calarsi in una
realtà completamente diversa non è semplice. La durata del viaggio, appena due ore e quaranta, non aiuta. Bisogna essere bravi a calarsi nella novità, perché il primo impatto sono le file. Le code: gli inglesi fanno code per tutto. Penso alle volte che ho preso un caffè al Gambrinus di Napoli. E’ il caffé più antico ed elegante di Napoli. E non c’è fila, solo ressa al banco. Bettys a York è una sala da tè di epoca liberty. Con i suoi specchi in argento, gli arredi eleganti e una grande vetrina sulla piazza principale di York. Prendere un tea da Bettys significa appartenere alla middle class di York. Non è locale da turisti, anche se è di molti la curiosità di leggere i nomi dei soldati americani passati di qui durante la seconda guerra mondiale. Sono nomi incisi con l’anello di diamante sullo specchio della sala di Bettys. L’unica e l’ultima traccia per tanti.
Se invece occorre del tè, ce n’è di tutti i tipi: per il mattino, per il tardo mattino, dopo colazione, per il pomeriggio, per la sera, per la cena e per il dopo cena. Aromatico, classico… si è capito? siamo nel cuore dell’Inghilterra!
Ma bisogna far la fila. Anche un’ora, che per un italiano sarebbe un’ora di bestemmie pensate, facendo la massima attenzione che qualcuno non tenti di fare il furbo. E invece sono tutti pazienti, tranquilli. Aspettano.
Io non volo. Io ho paura dell’aereo. Non di stare tra le nuovle, di sentire leggeri vuoti d’aria all’altezza dello stomaco. Ma di decollare e di atterrare. Quelli sono i momenti in cui il controllo passa ad altri e le mani mimano la presa, mentre i piedi affondano su un freno che non esiste. Non saper volare significa essere consapevoli che il mondo là fuori è lontanissimo. Invece, poi, capita un invito. E la paura va in un angolo. E’ la curiosità a vincere. Almeno fino a quando non si presenta quel muso tondo e grande, una scaletta e uno spazio apertissimo. Signori, siamo in pista, ho ancora tempo per dire “no grazie, io torno a casa”. A casa ci sono tornata, ma dopo il viaggio. E’ bastato chiedere a un’hostess: “Scusi, ma questo coso grigio regge in aria?”. Lei gentilmente sorride e dice: “Sì, sopra le spiegheranno come pedalare per reggere la quota”.
I pedali li ho cercati; non c’erano. Ho scoperto, invece, guardano fuori dal finestrino, quel patchwork dai toni caldi disteso sull’Inghilterra e ho ringraziato Jet2.com.
Qui comincia un diario inglese. Lesson uan: perdersi un viaggio nello Yorkshire per una stupida paura sarebbe stato un delitto.







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